Natale di Giuseppe Ungaretti

gennaio 27th, 2012

Vi presentiamo una delle poesie di Natale italiane, Natale di Giuseppe Ungaretti, poeta e scrittore.

Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade

Ho tanta / stanchezza / sulle spalle

Lasciatemi così / come una / posata / in un / angolo / e dimenticata

Qui / non si sente / altro / che il caldo buono

Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare

Napoli il 26 dicembre 1916

Ultima parte di IL DONO DEI MAGI di O. Henry

gennaio 25th, 2012

Eccoci giunti all’ultima parte di questo racconto di Natale di O. Henry.

Jim si guardò attorno con aria curiosa.
— Li ho tagliati e venduti, — disse Della. — Non mi piaccio lo stesso? Sono io anche senza i miei capelli, vero?
— Hai detto che i tuoi capelli non ci sono più? disse, con un tono che rasentava l’idiozia.
— Non cercarli, — disse Della. — Li ho venduti, ti dico; li ho venduti, non ci sono più. È la vigilia di Natale. Sii buono con me, l’ho fatto per te. Forse i capelli che stavano sul mio capo e~no contati, -— proseguì con una subitanea dolce gravità, — ma nessuno potrebbe mai misurare il mio amore per te. Vuoi che metta su le costolette, Jim?
Jim parve riscuotersi bruscamente dal suo stordimento. Abbracciò la sua Della. Per dieci secondi volgiamo il nostro sguardo discreto da un’altra parte. Che differenza vi è tra otto dollari alla settimana e un milione di dollari l’anno? Un matematico o un uomo di spirito ci darebbe la risposta sbagliata. Doni di gran pregio recarono i Magi, ma non questo. Oscura asserzione, che verrà chiarita più avanti.
Jim si trasse un pacchetto dalla tasca del cappotto e lo gettò sul tavolo. — Non fraintendermi, Della, — disse. — Non penso che un taglio di capelli o una rasatura o uno sciampo possano rendere meno bella la mia ragazza. Ma se vorrai aprire quel pacchetto, capirai perché mi avevi fatto restare senza fiato.
Candide dita ed agili lacerarono corda e carta. E poi un estatico grido di gioia; e poi, ahimè, un subito femmineo insorgere di isteriche lacrime e gemiti, che imposero l’immediato intervento di tutti i poteri consolatori del signore della dimora.
Giacché lì stavano i Pettini, tutta intera la serie dei pettini da porre sulla nuca e ai lati, che Della aveva a lungo vagheggiato in una vetrina di Broadway. Splendidi pettini, puro guscio di tartaruga con orli ingioiellati: e per l’appunto della tinta che si accordava alla splendida chioma svanita. Ed erano pettini di pregio, ella lo sapeva, ed il cuore li aveva bramati ed anelati senza alcuna speranza di possesso. Ora erano suoi, ma le trecce che dovevano adornarsi degli agognati ornamenti erano scomparse.
Ma se li strinse al seno, ed alla fine riuscì ad alzare i suoi occhi scuri e a sorridere mentre diceva: — I miei capelli crescono cosi alla svelta, Jim!
E poi Della si mise a saltare come un gattino scottato e gridò: — Oh! oh!
Jim non aveva ancora visto il suo bel regalo. Della glielo porse ansiosamente sulla palma aperta. Il prezioso metallo opaco pareva balenare del riflesso della sua anima luminosa ed ardente.
— Non è un amore, Jim? Ho frugato tutta la città per trovarlo. Adesso dovrai guardare le ore cento volte al giorno. Dammi l’orologio. Voglio vedere come sta.
Invece di ubbidire, Jim si lasciò andare sul letto, si mise le mani dietro la nuca e sorrise.
— Della, — disse, — mettiamo via i nostri regali di Natale per un po’ di tempo. Sono troppo belli per usarli subito. Io ho venduto l’orologio per comprarti i pettini. Ora è forse il momento di mettere su le costolette.
I Magi, come sapere, erano uomini saggi — uomini incredibilmente saggi — che portarono doni al Bambino nella mangiatoia. Furono loro ad inventare l’arte di fare regali a Natale. Giacché eran saggi, non v’è dubbio che anche i loro regali fossero saggi, e probabilmente era possibile scambiarli, nel caso ve ne fossero stati due uguali. Io vi ho goffamente raccontato la povera cronaca di due sciocchi bambini che senza saggezza sacrificarono l’uno per l’altro i più grandi tesori della loro casa. Ma si dica un’ultima parola ai saggi dei nostri giorni: di tutti coloro che fanno doni, quei due furono i più saggi. Di tutti coloro che ricevono e fanno doni, questi sono i più saggi. Dovunque e sempre essi sono i più saggi. Sono loro i re Magi.

Seconda parte di IL DONO DEI MAGI di O. Henry

gennaio 25th, 2012

Continuiamo il racconto di Natale di O. Henry.

Così ora cadde la bella chioma di Della, ondeggiante e splendente come una cascata di acque scure. Le arrivò fin sotto al ginocchio, la avvolse quasi come un vestito. Poi Della la riavvolse, con gesti rapidi e nervosi. Parve esitare un istante, e rimase immobile, mentre una o due lacrime cadevano sul rosso tappeto frusto.
Indossò la vecchia giacca marrone. Si mise in capo il vecchio cappello marrone. Con un frullo di gonne, gli occhi ancora luccicanti, scivolò fuori della porta, scese le scale e raggiunse la strada.
Si fermò davanti ad una insegna: “M.me Sofronie. Parrucche di ogni tipo,’.
Della salì di corsa una rampa di scale, e si fermò ansimante. Madame, ampia, troppo bianca, gelida, non aveva l’aria di una “Sofronie”.
— Volete comprare i miei capelli? — domandò Della.
— Io compro capelli, — disse Madame. — Fate un po’ vedere.
Si disciolse la bruna cascata.
— Venti dollari, disse Madame, reggendo la massa con mano esperta.
— Datemeli subito, — disse Della.
Oh, le due ore seguenti volarono su ali di rosa. Perdonate la trita metafora. Della andava setacciando un magazzino dopo l’altro in cerca di un regalo per Jim.
Lo trovò alla fine. Certamente era stato fatto per Jim e per nessun altro. Niente di simile aveva trovato in tutti gli altri negozi, e li aveva passati da cima in fondo. Era una catenella per orologio da taschino, in platino, di casto e semplice disegno, che opportunamente manifestava il proprio valore per virtù della sola sostanza, senza far ricorso a indecorosi orpelli: come debbono fare tutte le buone cose. Era perfino degno del­l’orologio. Non appena l’ebbe visto, ella seppe che spettava a jim. Era come lui. Pregio e semplicità, la definizione valeva per entrambi.
Le presero ventun dollari, ed ella si precipitò a casa con i suoi ottantasette cents. Con quella catena all’orologio, in qualsiasi compagnia si fosse trovato, Jim avrebbe potuto senza disdoro preoccuparsi di tanto in tanto del trascorrere del tempo. Per quanto meraviglioso fosse l’orologio, infatti, ora gli accadeva di scrutarlo con occhiate furtive, per via di quel vecchio cinturino di cuoio che usava in vece di catenella.
Quando Della giunse a casa l’ebbrezza cedette un poco alla prudenza e alla ragione. Trasse fuori i ferri per arricciare i capelli, accese il gas, e si accinse a porre riparo al guasto fatto dalla generosità aggiunta all’amore. E questo è sempre un compito terribile, amici carissimi, un’impresa da mammut.
Quaranta minuti dopo, Della aveva una testa coperta di ricci fitti e minuti, che la facevano del tutto somigliante ad uno scolaretto scapestrato. Considerò la propria immagine allo specchio, a lungo, minutamente, e con occhio critico.
— Se jim non mi uccide prima di darmi una seconda occhiata, — si disse, — dirà che sembro una consta di Coney Island. Ma che potevo fare, ahimè, che potevo fare con un dollaro e ottantasette cents?
Alle sette il caffè era fatto, e la padella era dietro la stufa, calda e pronta a cuocere le costolette.
Jim non era mai in ritardo. Della chiuse nella mano la catenella dell’orologio e sedette su un angolo della tavola vicino alla porta. Poi udì il suo passo sulla prima rampa delle scale, e per un istante diventò pallida. Aveva l’abitudine di dire piccole preghiere silenziose per le cose più semplici di ogni giorno ed ora ella sussurrò: — Dio, per piacere fagli pensare che sono ancora carina.
La porta si aprì, Jim entrò e la richiuse. Era assai magrolino, e d’aria tanto seria. Povero diavolo, soltanto ventidue anni e già con il carico di una famiglia! Aveva proprio bisogno di un cappotto nuovo, e non aveva guanti.
Varcata la soglia, Jim si fermò immobile come un setter che abbia colto l’usta della quaglia. I suoi occhi erano fissi su Della, ed avevano una espressione che non le riusciva di decifrare. che l’atterriva. Non era ira, né sorpresa, né biasimo, né orrore, ne alcun altro sentimento che ella avesse previsto. La guardava con occhi fissi e intenti, e il suo volto aveva quella strana espressione.
Cautamente Della scese dal tavolo e gli si avvicinò.
Jim, caro, — gridò, —. non guardarmi a quel modo. Mi son fatta tagliare i capelli e li ho venduti perché non avrei potuto sopravvivere a questo Natale se non avessi potuto farti un regalo. Cresceranno di nuovo… A te non dispiace, vero? Dovevo farlo. I miei capelli crescono così alla svelta. Dimmi « Buon Natale » Jim, e siamo felici. Tu non sai che bel regalo. che regalo splendido ho trovato per te.
- Tu ti sei tagliata i capelli? — chiese Iim faticosamente. come se nemmeno dopo il più intenso sforzo mentale fosse riuscito ad afferrare quel fatto del tutto evidente.

Appuntamento alla prossima volta, con la conclusione di questo racconto di Natale.

Prima parte di IL DONO DEI MAGI di O. Henry

gennaio 25th, 2012

Iniziamo un nuovo racconto di Natale, di O. Henry, scrittore americano vissuto a cavallo di ’800 e ’900, ha scritto circa 400 racconti ricchi di motti di spirito e giochi di parole.

Ovviamente, il tema di questo racconto è il Natale, e la difficoltà di trovare i regali di Natale giusti.

Un dollaro e ottantasette cents. Era tutto. E sessanta cents erano in pennies. Pennies risparmiati uno o due per volta, contesi al droghiere e al verduraio e al macellaio, finché, con­vinti di taccagneria da quelle puntigliose trattative, le guance vi si coprono di rossore. Tre volte Della contò il denaro. Un dollaro e ottantasette cents. E l’indomani era Natale.
Era chiaro: non c’era altro da fare che lasciarsi cadere sul nudo lettino, e mettersi ad urlare. E così appunto si comportò Della. E ciò vale a stimolare la riflessione morale che la vita è fatta di singhiozzi, sospiri e sorrisi, con una certa preponderanza di sospiri.
Mentre la signora della casa gradualmente trapassa dal primo al secondo stadio, date una occhiata alla casa. Un appartamento ammobiliato a Otto dollari per settimana. Non si può dire che superi qualsiasi descrizione: ma certo la mette a duro cimento.
Nell’atrio, a pianterreno, stava una cassetta delle lettere in cui non entrava mai una lettera, ed un pulsante elettrico dal quale nessun dito umano avrebbe potuto estorcere un suono. A tutto ciò aggiungevasi un cartoncino recante il nome « Mr James Dillingham Young ».
Durante trascorsi periodi di prosperità, quando il proprietario guadagnava trenta dollari la settimana, quel « Dillingham » aveva garrito al vento. Ora, ridottosi il reddito a venti dollari, le lettere del « Dillingham » apparivano confuse, quasi meditassero seriamente di contrarsi in un modesto, sommesso D. Ma ogni qualvolta Mr. James Dillingham Young tornava a casa, al suo appartamento al piano di sopra, si sentiva chiamare « Jim » e grandemente lo coccolava la signora Dillingham Young, già presentatavi col nome di Della. E ciò è molto bello.
Della portò a termine il suo pianto, e si passò il piumino sulle guance. Poi si pose alla finestra a guardare stancamente il gatto grigio che percorreva la stecconata grigia del grigio cortile. L’indomani era Natale, e lei aveva soltanto un dollaro e ottantasette cents per fare un regalo a Jim. Per mesi aveva risparmiato un cent dopo l’altro: e quello era il risultato. Con venti dollari la settimana non si fa gran che. Le spese erano state maggiori del previsto. Succede sempre così. Solo un dollaro e ottantasette per comprare un regalo a Jim. Al suo Jim. Molte ore felici ella aveva trascorso a pensare qualcosa di carino per lui. Qualcosa di bello e raro e autentico, qualcosa che non fosse troppo indegno dell’onore di appartenere a Jim.
Tra le due finestre della stanza stava uno specchio stretto e alto. Forse voi li avete già visti, questi specchi da muro che si trovano negli appartamenti da otto dollari. Una persona agile e sottile può, cogliendo la propria immagine in una rapida sequenza di strisce longitudinali, pervenire ad un concetto sostanzialmente adeguato del proprio aspetto. Della, che era sottiletta, era padrona dell’arte.
Con una piroetta improvvisa si scostò dalla finestra e ristette di fronte allo specchio. Gli occhi le splendevano intensamente, ma in venti secondi il suo volto perse ogni colore. Rapidamente si sciolse la chioma e la lasciò cadere per tutta la sua lunghezza.
Ora, di due possessi i Dillingham erano profondamente orgogliosi. Uno era l’orologio d’oro di Jim, che era stato di suo padre e del padre di suo padre. L’altro era la chioma di Della. Se la regina di Saba avesse abitato nell’appartamento di fronte, Della avrebbe lasciato pendere i capelli alla finestra per asciugarli, soltanto per fare scorno ai gioielli e ai doni di Sua Maestà. Se re Salomone fosse stato il portiere con tutti i suoi tesori ammucchiati in cantina, Jim avrebbe tratto dal taschino il suo orologio ogni qual volta gli fosse passato davanti, per il solo gusto di vederlo strapparsi la barba per l’invidia.

Alla prossima, per la continuazione…

GLI SGUARDI di Tommaso Landolfi 26 dicembre solo di Lui

gennaio 24th, 2012

Ultima parte del racconto di Natale di Tommaso Landolfi

26 dicembre (lui)

Vista davvicino, la ragazza è molto meno bella: ha un che di troppo gonfio o boffice nelle guance, e tutta la sua pelle è povera, impoverita dal chiuso; passiva, diciamo, perfino ridondante nei luoghi di minor resistenza. Io discorrevo di un tale abito da cucirmi, simulavo indecisione, sfogliavo il campionario delle stoffe; e guardavo il balcone di fronte.
Dietro ai grandi vetri non si scorgeva nessuno. Poi è comparsa la bambina, di spalle; e si è ritirata subito. Finalmente, arando non sapevo ormai più come prolungare il colloquio maestro sarto, si è mostrata mia moglie; e si è seduta giusto lì. Seduta: più di quanto sperassi. Teneva in mano un foglio, una lettera certo, e ha preso a leggerlo.
Leggeva; e d’un tratto ho visto che piangeva. E nello stesso punto sono stato afferrato, stretto alle viscere, dal desiderio di conoscere il contenuto di quella lettera… Ma non devo essere soverchiamente ingiusto con me medesimo, e d’altronde non devo mentire: non solo quel futile desiderio mi agitava. Ella teneva la testa ripiegata da un lato, al suo modo, in atteggiamento di abbandono e di sconforto, ed io riconoscevo in esso tutto il suo infantile bisogno di protezione, tutto il suo inconsapevole affanno, e insieme il mio proprio istinto di tenerezza, d’amore per lei; io la riconoscevo e mi riconoscevo. E, troncati i miei oziosi discorsi, ho attraversato in fretta la strada; ho aperto silenziosamente colla mia chiave.
- Ah, sei tu, — mi ha detto con semplicità, senza mostrare meraviglia.
- Sì… Come stai? I bambini?
- Giocano di là; li chiamo?
- No, lasciali… Tu hai pianto, piangi ancora: che c’è?
- Niente.
- Via: niente! una ragione ci sarà.
- Niente, ti assicuro… — Teneva ancora in mano la lettera: — Guarda, ha scritto Maria.
- Maria e allora?
- Leggi, se vuoi.
Maria, una nostra cugina, scriveva in risposta a qualche lettera di mia moglie; suo fratello era morto improvvisamente poche settimane prima, e Maria ringraziava del ricordo, esprimendo una tristezza cieca, incolmabile, leggermente maniaca. E mia moglie piangeva su questa morte e su questa tristezza.
Ma è da dire che il cugino morto era in realtà un mio e non suo cugino, cioè che quel pianto era disinteressato, era puro, più vasto del suo immediato proposito e più prezioso.
La sua purezza: la sua forza, la mia dannazione; la mia salute.
— Andiamo, calmati, ci son io qui.
Ci son io qui: con tutto ciò che questo comporta; con tutto ciò, maledizione, che questo comporta.
— Come avete passato il Natale?
— Così; ma i bambini sono stati contenti. Il piccolo ha avuto una trottola e un telefono; l’altra una cucinetta con tutti i suoi aggeggini. L’albero nell’ingresso l’hai veduto? Non è gran che, ma è abbastanza allegro, no?
— È bellissimo anzi; sei brava in queste cose.
E lei finalmente ha sorriso.
Ed eccomi ancora qui, nel mio sobborgo, e senza aver preso il caffè (inaugurare nuove abitudini è sempre faticoso). Ma ora, ma stavolta, ho il cuore pieno, sebbene tuttavia travagliato. Può bensì darsi che proprio questo travaglio sia una benedizione; può darsi che se fosse placato, il mio cuore pazzo e turbolento, sarebbe la fine di tutto.
E Rossana?… La prima parola che mi viene alle labbra o sulla penna è «tangente»: una linea che, venuta di lontano, avesse toccato questo cerchio chiuso in un sol punto, per un solo attimo, e fosse fuggita via per i secoli dei secoli. Sarà buffo paragonare una donna a una tangente, ma tant’è.

GLI SGUARDI di Tommaso Landolfi 25 dicembre solo di Lui

gennaio 24th, 2012

Finalmente, è giunto il Natale in questo racconto di Natale.

25 dicembre (lui)
Natale! Mare smorto, bianchiccio, senza respiro; uno strano silenzio per le vie, finora. Natale d’angoscia, di vergogna. E loro, lì, nella loro brutta casa… Beh che c’è, che cosa ne inferisco? Non lo so. Non intendo: senza di me (che sarà forse un bene); dico semplicemente: loro lì.
I miei pochi quattrini son proprio finiti; ma questo non c’entra, potrei tirare avanti in qualche modo, magari impegnando qualche oggettuccio prezioso che m’è rimasto. E non c’entra neppure il Natale: che mi fa se il Natale è la festa delle famiglie e dei bambini? Tanto peggio! Io in esso non vedo che un’oppressiva, intollerabile e interminabile sequela di impedimenti; e di cerimonie cui l’animo non può minimamente aderire. No, non è questo. E tuttavia…
Ho deciso, stanotte, che cosa devo fare; e lo farò tra poco, appena sarà l’ora giusta.
Di fronte alla loro casa c’è una sartoria, a un primo piano, con due uomini e una ragazza. I quali non conoscono orario né festa: lavorano sempre. La ragazza è bellissima, minuta, con certe manine delicate quando indefesse; non leva quasi mai il capo dal cucito, e quando lo leva e guarda distrattamente la strada, i suoi occhi d’un cupo azzurro splendono come quelle segrete gemme d’oriente, immensi, stupiti; e non disgiunge mai le ginocchia, su cui tiene appoggiato il panno, da cui ad ogni modo s’indovina il prodigio delle sue gambe pallide e slanciate. Una che non meritava di veder sanciti i suoi diritti dalla costituzione (che non meritava un tale oltraggio): una lavoratrice vera, dolce, quieta e convinta, da melodramma. Abbiamo osservato tante volte lei e tutto ciò dal nostro balcone. Ebbene, io andrò tra poco con qualche scusa in quella sartoria, per osservare di lì la loro casa e mia moglie. Che voglia fare con ciò o che me ne prometta o perché abbia scelto un simile mezzo indiretto, è troppo chiedermi. D’altra parte, ci andrò per mia moglie o per la ragazza? Ma forse è la stessa cosa.
Dunque devo soltanto aspettare l’ora giusta (le tre del pomeriggio, ho stabilito, ignoro per qual motivo); l’aspetto. Ma come passerò questo tempo?

gennaio 24th, 2012

Vigilia di Natale per questo racconto di Natale di Tommaso Landolfi.

24 dicembre (lei)
Oggi.

24 dicembre (lui)
L’ho aspettata mezz’ora, ma alla fine è uscita; sola. L’ho lasciata allontanare un bel tratto dal caffè prima di raggiungerla. — E allora? — le ho detto poi a mezza voce e come con uno scricchiolio doloroso di tutta la mia timidezza violentata, sottoposta a sollecitazione soverchiante, — e allora? posso accompagnarla? — S’è fermata solo per un attimo, e il primo lampo di quegli occhi non è stato per me, ma circolare: voleva vedere se qualcuno ci osservasse. Ha ripreso a camminare additandomi con breve gesto una certa direzione. Piuttosto perplesso e stordito, e non ben sicuro di avere inteso, l’ho seguita a distanza; mi sentivo particolarmente miserabile, così grigio e sciatto, squallido nella luce rossa del tramonto. Camminava svelta e non senza grazia: a giudicare dalla sua sorella maggiore, se è vero che le sorelle maggiori tracciano la via alle minori, sarà positivamente bella tra qualche anno (non che l’altra lo sia, ma è almeno un tantino più prosperosa; e questo solo occorre a lei, a R.).
Andava verso un sottopassaggio della ferrovia, molto basso; ha dovuto chinarsi per riuscire di là, e lo ha fatto senza scomporsi, ossia senza scompaginarsi, in più mostrando nell’atto vezzi insospettati. Di là c’è la grande via; s’è arrestata alla fermata dell’autobus per la città. Non sapevo esattamente che rare, ad ogni modo mi son messo anch’io ad aspettare l’autobus, discosto alcuni passi e facendo le viste di non conoscerla. L’autobus è arrivato, siamo saliti; non mi guardava tuttavia, certo temendo la presenza di gente del suo quartiere. Era notte ormai; mi sentivo sempre più miserabile e indegno nella luce torbida delle lampadine.
Giunti in centro, in una piazza non troppo illuminata, è scesa; io dietro. E solo allora s’è girata, con una strana gravità nello sguardo.
- Ecco: che cosa vuole? — ha chiesto.
— Niente, — ho risposto troppo precipitosamente. — Ma del resto, — mi sono affrettato a soggiungere, — del resto sì, devo parlarle. Può venire con me?
— … Sì.
Senza guardarla, a testa bassa, mi son buttato verso il più vicino caffè; che era, vedi caso, quello stesso tutto verde in cui avevo alcune sere innanzi preteso consumare la mia libertà.
Due giovinetti, un maschio e una femmina, stavano davanti alla lucente macchina da dischi che chiamano juke-box, e ne traevano, mediante monete da cinquanta o da cento, languide o indiavolate e sempre strazianti, indefinite, reticenti, talvolta assordanti, melodie. Ed a ciò forse si deve quel certo speciale carattere del nostro colloquio; che cercherò di trascrivere come lo rammento.
— Dunque che vuole?
— Niente, glielo ho detto. Tutto.
— Tutto! — ha ripetuto come distratta. — Ma senta: non ha due figli piccini, non ama sua moglie?
Già; certo.
Le ho scritto, e per questo lei crede.. Ma non è vero! O, se è vero, la cosa riguarda soltanto me.
— D’accordo; ma se lasciassimo da parte queste prime schermaglie? Lei è intelligente, lo so, e può capirmi; se, in altri termini, chiedessi io a lei che cosa vuole da me?
— Ah, lei a me: e pensa che potremo intenderci con questo giochino di ciò che uno può volere dall’altro?
Soffriva, in qualche modo. Non in qualche modo: soffriva. E teneva gli occhi ostinatamente bassi, e nessun negro lampo mi illuminava, mi dava coraggio.
— Hai ragione, Rossana; e scusa se ti dò del tu, potrei essere tuo padre, forse tuo nonno.
— Lo so, e non me ne importa.
- Ed io so — (parlavo a fatica e con voce gonfia, da asmatico e da vecchio intenerito), — ed io so che non ti importa. . Sì. hai ragione. Anzi guarda: io son qui per… Ah, ti ho detto or ora che non voglio niente, e che voglio tutto: che sciocchezza. che frase senza senso! Tu puoi credere, così, che davvero io voglia tutto; e invece la verità è che non voglio niente cioè una cosa immensa, che mi sta a cuore sopra ogni altra cosa: voglio che tu sia felice, o almeno che non sia infelice. Capisci? Brancolavo; brancolavo in un orribile buio, in preda a sentimenti contraddittori, teneri, spietati, paterni e perfino libidinosi; non mi riconoscevo, ero sconvolto, E a questo punto è avvenuto qualcosa, una specie di miracolo. i suoi occhi caparbiamente bassi si son levati coi loro lampo, ma il lampo si è, per così dire, perpetuato. Mi guardavano, quegli occhi, senza ombra e senza nube, agghiaccianti per la mia corruzione. Ed ella ha detto:
— Mi vuol bene, lei?
Ed io, io che so rispondere a tutto e cavarmi d’imbarazzo nelle più pericolose congiunture della ragione, a questo non sapevo che rispondere; e la riguardavo smarrito, sgomento. Dovevo prevederla questa domanda, se anche meno immacolata: perché non l’avevo preveduta, o in quale abbiezione batteva le ali, sfarfallava, e languiva l’anima mia? E i casti occhi seguitavano a fissarmi; e il loro sguardo si dilatava in me, mi riempiva di vergogna, di disperazione…
- Mi vuol bene? — ha ripreso. — Questo è ciò che conta, al di fuori e a dispetto di tutti i nostri discorsi. Mi vuol bene?
Ahime, io non voglio bene a nessuno (se è vero): che dovevo, che dovevo rispondere? E finalmente ho risposto:
Sì, certo, ma… Vedi, in verità io volevo… (oscure, ignominiose risposte).
- Ho capito, – ha detto sommessamente. – Ho capito! — ha ridetto gridando. Mentre io… io che? chi sono io? — Ho capito: vuole che il mio cuore, che la mia anima non… Che malinconica parte si è scelta! – e rideva convulsamente. – Sì, va bene: non vuole che io mi illuda, insomma. E va bene, stia tranquillo, non tenia per me; vada. Vada! – e rideva convulsamente; o piangeva?

GLI SGUARDI di Tommaso Landolfi 23 dicembre

gennaio 24th, 2012

Eccoci arrivati alla previgilia di Natale, in uno dei più strani racconti di Natale.

23 dicembre (lei)

Ormai avrà letto la mia lettera. Che cosa avrà pensato? che dirà. che farà? E stasera, quando lo vedrò comparire?

23 dicembre (lui)

Mi son fatto coraggio, stimando che fosse il meglio. Non alzava gli occhi, non e era verso di attirare la sua attenzione; ma per fortuna siamo rimasti soli un momento.
- Lei non esce mai?
- Sì, – ha risposto con un filo di voce, dopo una lunga esitazione, e sempre tenendo gli occhi bassi; – beh sì, qualche volta, colle amiche.
- Ma sola?
- Anche sola, – ha detto con visibile sforzo.
- E quando? – Silenzio. – Dico, verso che ora?
Verso le cinque.
Di qui?
… Sì, sì, si capisce, di qui.
Sicché domani… (se verrà).
Ho pensato che potrei anche andare da mia moglie, a visitarla, a vedere i bambini: così, come nulla fosse. Difatto lei non sa niente di quello che mi passa per il capo, e sarebbe facilissimo. Così, giusto per fare una prova.

GLI SGUARDI di Tommaso Landolfi 22 dicembre

gennaio 24th, 2012

E siamo al 22 dicembre, pochi giorni dal natale in questo racconto di Natale.

 

22 dicembre (lei)

 Il mare s’era animato di mille colori; poi è ridiventato grigio; questa mattina era di nuovo splendente. Non lui, lui non ci ha nulla a che vedere: il mio mare di dentro. Che ribolle, che sta per rompere in tempesta, che chiede una vittima, mille vittime se necessario, che fracassa questa mediocre barca della mia vita.

Non mi importa di tutto il resto.

 

 22 dicembre (lui)

 Ho preso il caffè; ho dato diecimila lire per pagarlo. Si è ritirata nella stanza sul dietro; poi è tornata fuori, ha tratto dalla cassa il resto, nove fogli da mille spiegazzati più gli spiccioli, e me l’ha consegnato. E allora, ordinando quelle cartacce per intascarle, mi sono avveduto che tra esse era un foglio bianco piegato in quattro. Lì per lì son rimasto (stupidamente) sorpreso ed ho alzato gli occhi; ma lei teneva bassi i suoi. Finalmente, ho capito, o per dir meglio ho semplicemente sentito che dovevo far mostra di nulla.

Il foglio bianco è un suo biglietto senza firma e senza intestazione, in una scrittura ancora infantile. Eccolo:

- Mi ha oltraggiata, quel giorno che ci incontrammo in città. Ma ho saputo perdonarla: soffriva forse (perché? perché non me lo dice? potrei chissà fare qualcosa per lei, se mi crede degna della sua confidenza e di provarmici).

  • Ma ora non so se potrò ancora perdonarla. Mi ha raccontato, senza che io le chiedessi nulla, che ha due figli piccini, che ama sua moglie: perché? Che significa, o che cosa crede di me?

  • Miscusi se mi contraddico, e se le scrivo; e non pensi troppo male.

  • Dica: crede davvero che io voglia qualche cosa da lei?

  • Ma lei, che cosa vuole da me?

Lettera singolare, adorabile. Cara R.! Che cosa voglio? tutto. O, hai ragione, niente.

Devo parlarle, è urgente che le parli. Ma come fare a fissarle un convegno, se poi è disposta ad accertarlo? Consegnare un biglietto a mia volta, è troppo rischioso; dirglielo a voce, non avrei il coraggio. Basta, vedremo domani. 

GLI SGUARDI di Tommaso Landolfi 21 dicembre

gennaio 24th, 2012

 Ancora la continuazione del racconto di Natale di Tommaso Landolfi.

21 dicembre (lei)

 Non voglio, non posso vederlo. Stasera ho mandato mia sorella a fargli il caffè; ma d’un tratto non ho più resistito e son venuta fuori impetuosamente. Ci siamo guardati, non sapevo dove mettere le mani (che gli piacciono tanto); ho cominciato a sciacquare una tazza pulitissima. Mi fissava apertamente, con un grave sorriso. Mio Dio, che devo fare?

Seriamente: posso io pensar di rubare a un’altra un affetto che le è dovuto? Ma allora perché mi guarda? Eppoi non è questo, mio Dio, non è questo!

 

21 dicembre (lui)

 

R. non parla; sembra avermi dimenticato, non vedermi più. essere in certo modo contento, e invece sono agitato. levo disilluderla eccetera? Certo, ma pensare che non me non sia per fare parte in alcuna maniera della mia r:esce intollerabile. Rinunciare al suo aiuto, magari indiretto, inconsapevole: me ne basterebbe la forza?

Anzi parla con altri, con gente umile, con donne mal qualificabili e vecchie addirittura, o con amiche e compagne dall’aria dalle mani grosse e callose (tanto diverse da quelle sue mani); e non mi guarda. Stasera diceva di voler andare con loro a non so che festa o veglione, prendeva minuziosi accordi, indugiava a stabilire l’ora del convegno; e non mi guardava… O forse voleva con ciò invitarmi a quella festa? poi un tale, un operaio certo, e certo già mezzo ubriaco, che proponeva a tutti il seguente indovinello: - Il più grande pittore e la vita dei poveri. - Non so d’altronde se si possa chiamare indovinello; forse è una frase da risolvere in altra frase, coll’ulteriore difficoltà che il tizio pronunciava quella «e» incertamente. Ed R. infatti: - Ci dica almeno: e o è? - Ma luibadava a ripetere il suo detto nella medesima maniera, e poneva man mano alla tasca di dietro dei pantaloni assicurando che avrebbe dato diecimila lire a chi avesse risolto il quesito; mentre ipresenti almanaccavano in vario modo. (Il più grande pittore è Giotto. Già, e Raffaello, e Michelangelo?…) E mentre R. squadrava furiosa l’enigmatico o enigmistico e barcollante avventore.

Magari R. s’era incaponita a trovare la soluzione, voleva chissà farbella figura. Invero, che significa quella frase ossessionante? Mi sono accorto che ci andavo ripensando nel rincasare e ci ho ancora ripensato quando, come mi avviene, mi sono destato nel cuor della notte. Andiamo, - Ilpiù grande pittore e (oppure è) la vita dei poveri: -che tutto e tutti, e fino il più umile operaio, debbano proporci enigmi stupidi ed insolubili! Dio mio, che devo fare?