Vigilia di Natale per questo racconto di Natale di Tommaso Landolfi.
24 dicembre (lei)
Oggi.
24 dicembre (lui)
L’ho aspettata mezz’ora, ma alla fine è uscita; sola. L’ho lasciata allontanare un bel tratto dal caffè prima di raggiungerla. — E allora? — le ho detto poi a mezza voce e come con uno scricchiolio doloroso di tutta la mia timidezza violentata, sottoposta a sollecitazione soverchiante, — e allora? posso accompagnarla? — S’è fermata solo per un attimo, e il primo lampo di quegli occhi non è stato per me, ma circolare: voleva vedere se qualcuno ci osservasse. Ha ripreso a camminare additandomi con breve gesto una certa direzione. Piuttosto perplesso e stordito, e non ben sicuro di avere inteso, l’ho seguita a distanza; mi sentivo particolarmente miserabile, così grigio e sciatto, squallido nella luce rossa del tramonto. Camminava svelta e non senza grazia: a giudicare dalla sua sorella maggiore, se è vero che le sorelle maggiori tracciano la via alle minori, sarà positivamente bella tra qualche anno (non che l’altra lo sia, ma è almeno un tantino più prosperosa; e questo solo occorre a lei, a R.).
Andava verso un sottopassaggio della ferrovia, molto basso; ha dovuto chinarsi per riuscire di là, e lo ha fatto senza scomporsi, ossia senza scompaginarsi, in più mostrando nell’atto vezzi insospettati. Di là c’è la grande via; s’è arrestata alla fermata dell’autobus per la città. Non sapevo esattamente che rare, ad ogni modo mi son messo anch’io ad aspettare l’autobus, discosto alcuni passi e facendo le viste di non conoscerla. L’autobus è arrivato, siamo saliti; non mi guardava tuttavia, certo temendo la presenza di gente del suo quartiere. Era notte ormai; mi sentivo sempre più miserabile e indegno nella luce torbida delle lampadine.
Giunti in centro, in una piazza non troppo illuminata, è scesa; io dietro. E solo allora s’è girata, con una strana gravità nello sguardo.
- Ecco: che cosa vuole? — ha chiesto.
— Niente, — ho risposto troppo precipitosamente. — Ma del resto, — mi sono affrettato a soggiungere, — del resto sì, devo parlarle. Può venire con me?
— … Sì.
Senza guardarla, a testa bassa, mi son buttato verso il più vicino caffè; che era, vedi caso, quello stesso tutto verde in cui avevo alcune sere innanzi preteso consumare la mia libertà.
Due giovinetti, un maschio e una femmina, stavano davanti alla lucente macchina da dischi che chiamano juke-box, e ne traevano, mediante monete da cinquanta o da cento, languide o indiavolate e sempre strazianti, indefinite, reticenti, talvolta assordanti, melodie. Ed a ciò forse si deve quel certo speciale carattere del nostro colloquio; che cercherò di trascrivere come lo rammento.
— Dunque che vuole?
— Niente, glielo ho detto. Tutto.
— Tutto! — ha ripetuto come distratta. — Ma senta: non ha due figli piccini, non ama sua moglie?
Già; certo.
Le ho scritto, e per questo lei crede.. Ma non è vero! O, se è vero, la cosa riguarda soltanto me.
— D’accordo; ma se lasciassimo da parte queste prime schermaglie? Lei è intelligente, lo so, e può capirmi; se, in altri termini, chiedessi io a lei che cosa vuole da me?
— Ah, lei a me: e pensa che potremo intenderci con questo giochino di ciò che uno può volere dall’altro?
Soffriva, in qualche modo. Non in qualche modo: soffriva. E teneva gli occhi ostinatamente bassi, e nessun negro lampo mi illuminava, mi dava coraggio.
— Hai ragione, Rossana; e scusa se ti dò del tu, potrei essere tuo padre, forse tuo nonno.
— Lo so, e non me ne importa.
- Ed io so — (parlavo a fatica e con voce gonfia, da asmatico e da vecchio intenerito), — ed io so che non ti importa. . Sì. hai ragione. Anzi guarda: io son qui per… Ah, ti ho detto or ora che non voglio niente, e che voglio tutto: che sciocchezza. che frase senza senso! Tu puoi credere, così, che davvero io voglia tutto; e invece la verità è che non voglio niente cioè una cosa immensa, che mi sta a cuore sopra ogni altra cosa: voglio che tu sia felice, o almeno che non sia infelice. Capisci? Brancolavo; brancolavo in un orribile buio, in preda a sentimenti contraddittori, teneri, spietati, paterni e perfino libidinosi; non mi riconoscevo, ero sconvolto, E a questo punto è avvenuto qualcosa, una specie di miracolo. i suoi occhi caparbiamente bassi si son levati coi loro lampo, ma il lampo si è, per così dire, perpetuato. Mi guardavano, quegli occhi, senza ombra e senza nube, agghiaccianti per la mia corruzione. Ed ella ha detto:
— Mi vuol bene, lei?
Ed io, io che so rispondere a tutto e cavarmi d’imbarazzo nelle più pericolose congiunture della ragione, a questo non sapevo che rispondere; e la riguardavo smarrito, sgomento. Dovevo prevederla questa domanda, se anche meno immacolata: perché non l’avevo preveduta, o in quale abbiezione batteva le ali, sfarfallava, e languiva l’anima mia? E i casti occhi seguitavano a fissarmi; e il loro sguardo si dilatava in me, mi riempiva di vergogna, di disperazione…
- Mi vuol bene? — ha ripreso. — Questo è ciò che conta, al di fuori e a dispetto di tutti i nostri discorsi. Mi vuol bene?
Ahime, io non voglio bene a nessuno (se è vero): che dovevo, che dovevo rispondere? E finalmente ho risposto:
Sì, certo, ma… Vedi, in verità io volevo… (oscure, ignominiose risposte).
- Ho capito, – ha detto sommessamente. – Ho capito! — ha ridetto gridando. Mentre io… io che? chi sono io? — Ho capito: vuole che il mio cuore, che la mia anima non… Che malinconica parte si è scelta! – e rideva convulsamente. – Sì, va bene: non vuole che io mi illuda, insomma. E va bene, stia tranquillo, non tenia per me; vada. Vada! – e rideva convulsamente; o piangeva?
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