Ultima parte del racconto di Natale di Tommaso Landolfi
26 dicembre (lui)
Vista davvicino, la ragazza è molto meno bella: ha un che di troppo gonfio o boffice nelle guance, e tutta la sua pelle è povera, impoverita dal chiuso; passiva, diciamo, perfino ridondante nei luoghi di minor resistenza. Io discorrevo di un tale abito da cucirmi, simulavo indecisione, sfogliavo il campionario delle stoffe; e guardavo il balcone di fronte.
Dietro ai grandi vetri non si scorgeva nessuno. Poi è comparsa la bambina, di spalle; e si è ritirata subito. Finalmente, arando non sapevo ormai più come prolungare il colloquio maestro sarto, si è mostrata mia moglie; e si è seduta giusto lì. Seduta: più di quanto sperassi. Teneva in mano un foglio, una lettera certo, e ha preso a leggerlo.
Leggeva; e d’un tratto ho visto che piangeva. E nello stesso punto sono stato afferrato, stretto alle viscere, dal desiderio di conoscere il contenuto di quella lettera… Ma non devo essere soverchiamente ingiusto con me medesimo, e d’altronde non devo mentire: non solo quel futile desiderio mi agitava. Ella teneva la testa ripiegata da un lato, al suo modo, in atteggiamento di abbandono e di sconforto, ed io riconoscevo in esso tutto il suo infantile bisogno di protezione, tutto il suo inconsapevole affanno, e insieme il mio proprio istinto di tenerezza, d’amore per lei; io la riconoscevo e mi riconoscevo. E, troncati i miei oziosi discorsi, ho attraversato in fretta la strada; ho aperto silenziosamente colla mia chiave.
- Ah, sei tu, — mi ha detto con semplicità, senza mostrare meraviglia.
- Sì… Come stai? I bambini?
- Giocano di là; li chiamo?
- No, lasciali… Tu hai pianto, piangi ancora: che c’è?
- Niente.
- Via: niente! una ragione ci sarà.
- Niente, ti assicuro… — Teneva ancora in mano la lettera: — Guarda, ha scritto Maria.
- Maria e allora?
- Leggi, se vuoi.
Maria, una nostra cugina, scriveva in risposta a qualche lettera di mia moglie; suo fratello era morto improvvisamente poche settimane prima, e Maria ringraziava del ricordo, esprimendo una tristezza cieca, incolmabile, leggermente maniaca. E mia moglie piangeva su questa morte e su questa tristezza.
Ma è da dire che il cugino morto era in realtà un mio e non suo cugino, cioè che quel pianto era disinteressato, era puro, più vasto del suo immediato proposito e più prezioso.
La sua purezza: la sua forza, la mia dannazione; la mia salute.
— Andiamo, calmati, ci son io qui.
Ci son io qui: con tutto ciò che questo comporta; con tutto ciò, maledizione, che questo comporta.
— Come avete passato il Natale?
— Così; ma i bambini sono stati contenti. Il piccolo ha avuto una trottola e un telefono; l’altra una cucinetta con tutti i suoi aggeggini. L’albero nell’ingresso l’hai veduto? Non è gran che, ma è abbastanza allegro, no?
— È bellissimo anzi; sei brava in queste cose.
E lei finalmente ha sorriso.
Ed eccomi ancora qui, nel mio sobborgo, e senza aver preso il caffè (inaugurare nuove abitudini è sempre faticoso). Ma ora, ma stavolta, ho il cuore pieno, sebbene tuttavia travagliato. Può bensì darsi che proprio questo travaglio sia una benedizione; può darsi che se fosse placato, il mio cuore pazzo e turbolento, sarebbe la fine di tutto.
E Rossana?… La prima parola che mi viene alle labbra o sulla penna è «tangente»: una linea che, venuta di lontano, avesse toccato questo cerchio chiuso in un sol punto, per un solo attimo, e fosse fuggita via per i secoli dei secoli. Sarà buffo paragonare una donna a una tangente, ma tant’è.