Il Ciocco e il rito del pane


Accanto all’abete era viva in tutta Europa fino a qualche decennio fa un’usanza di Natale che ora sopravvive in poche famiglie e in aree limitate: il ciocco di Natale. In Italia è chiamato in vari modi, secondo le regioni: suc in Piemonte, zòch nel trevigiano e ceppo o ciocco nell’Italia centrale.

Nella Val di Chiana, in provincia d’Arezzo, la sera della vigilia di Natale ogni famiglia si riuniva mettendo nel camino un ciocco di quercia e dicendo: <<… si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane; ogni grazia di Dio entri in questa casa; ledonne facciano figlioli, le capre capretti, le pecore agnelletti, abbondi il grano e la farina e si riempia la conca di vino…>>. Poi si bendavano i bambini che dovevano avicinarsi al camino e battere con le molle sul ceppo recitando una canzoncina detta Ave Maria del Ceppo che aveva l virtù di far giungere loro dolci e regalini.

Sul ceppo si sistemava altra legna che bruciava più facilmente, siccè esso si consumava lentamente durante i dodici giorni del periodo natalizio, fino all’Epifania.

Inerpretato in senso cristiano, il ciocco era il simbolo del Cristo che si era sacrificato per salvare l’umanità, per sostenere l’uomo nel suo viaggio terreno. Il ceppo doveva bruciare lentamente per dodici giorni, simboli dei dodici mesi dell’anno, e analogo dunque al sole che, nato al solstizio d’inverno, avrebbe nutrito la terra per un anno intero. Per questo si diceva all’inizio del periodo <<domani è il giorno del pane>>, ma di questo parleremo in un altro articolo.

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