Nel bicchiere di frodo di Vittorio Sereni

febbraio 4th, 2012

Una breve poesia di Natale di Vittorio Sereni.

Nel bicchiere di frodo / tocca presto il suo fondo / quest’allegria che vela la tristezza / in cresta dei tizzi sopiti / sbalzati a noi dal più lontano fuoco. / E sii tu oggi il Dio che si fa carne / lontananza per noi nell’ora oscura.

Sidi – Chami, Natale 1944

Appuntamento alla prossima poesia diNatale.

Ultima parte di Eguaglianza a Parigi per i racconti di Natale

febbraio 4th, 2012

Eccoci giunti alla fine di questa disavventura natalizia, raccontata da James Baldwin e presentata qui per i racconti di Natale.

Finalmente fummo chiamati noi, e ci alzammo. Demmo i nostri nomi. Quando si appurò che eravamo americani, il procedimento si fermò, e ci fu un’affrettata consultazione fra il giudice e quelli che mi parvero essere i vari avvocati. Qualcuno chiamò un interprete. Il poliziotto che ci aveva arrestato sì era dimenticato di menzionare le nostre nazionalità e quindi non c’era nessun interprete in aula. Se anche il nostro francese fosse stato migliore di quello che era, non ci avrebbero permesso di essere processati senza un interprete. Prima che io capissi chiaramente quello che stava succedendo fui ammanettato di nuovo e condotto fuori dall’aula. Il processo era stato rimandato al 27 dicembre.
Qualche volta mi sono chiesto se sarei mai uscito dalla prigione, se non fosse stato per quel vecchio che era stato arrestato per un misterioso furto insignificante. Fu liberato proprio quel giorno e quando tornò in cella — perché non lo potevano rilasciare fino alla mattina dopo — mi trovò seduto tutto intirizzito sul pavimento; la vista di un uomo tutto insanguinato che riportavano alla sua cella su una barella, mi aveva dissuaso, un momento prima, dal proposito di afferrare le sbarre e mettermi a urlare finché non mi avessero liberato. La vista di quell’uomo sulla barella mi dimostrava che gridare non mi sarebbe servito a nulla. L’uomo del furto insignificante andava in giro chiedendo se poteva fare qualcosa fuori per quelli che restavano dentro. Quando venne da me, io prima risposi: — No, niente —; perché ormai, immagino, avevo finito per sprofondare nell’atteggiamento che aveva mio padre — se risalgo ai ricordi più lontani — e che si riassumeva in questo: che (dato che avevo perso il suo Dio) niente poteva aiutarmi. Allora — me ne ricorderò con gratitudine fino alla morte — l’uomo insistette: — Mais, étes-vous sûr? —. In quel momento, mi resi conto in un lampo che egli stava andando fuori, e a un tratto vidi in lui il primo contatto, che mi fosse offerto, dopo un tempo immemorabile, col mondo esterno. Nello stesso tempo, ricordo, non arrivavo a convincermi sul serio che mi avrebbe aiutato. Non c’era ragione perché lo facesse. Gli diedi comunque il numero di telefono del mio amico avvocato e il mio nome.
Così il giorno dopo, vigilia di Natale, mi trascinai di nuovo al piano di sotto, per incontrarmi col mio visitatore. Aveva un aspetto straordinariamente fondo, tranquillo e pulito. Mi disse che non dovevo più preoccuparmi. Solo che nemmeno lui aveva la possibilità di accelerare la macchina della giustizia. Comunque mi avrebbe mandato un avvocato di sua conoscenza che il 27 si sarebbe assunta la mia difesa; lui stesso e alcune altre persone avrebbero deposto per attestare la mia buona condotta. Mi diede un pacchetto di Lucky Strike (che la guardia mi portò via mentre salivamo) e mi disse che non c’era da fare troppo assegnamento sull’eventualità di festeggiamenti natalizi all’interno del carcere ma che lui si sarebbe dato da fare per procurarmi almeno una buona cena al mio rilascio. E questo mi sembrò, non so perché, molto buffo. Mi accorsi con stupore che stavo ridendo. Forse ero anche un po’ deluso nel vedere che i miei capelli non erano diventati bianchi, che non recavo sul volto nessuna traccia di quella tragedia; e, in ogni caso, sconcertato nel dover constatare, nel corso del colloquio, che alla maggior parte della gente era capitato ben di peggio, e che in fondo, per parafrasare mia madre, se questa era la cosa più grave che mi fosse mai successa potevo considerarmi un fortunato. Nel mio incubo solitario quella visita mi richiamò al senso comune, alla realtà della vita, alla prospettiva di cose più nere nell’avvenire.
Il giorno dopo, Natale, non riuscendo più a sopportare la mia cella, e sentendo che, dopotutto, la data andava celebrata con un gesto, chiesi il permesso di andare a messa, sperando di sentire un po’ di musica. Mi trovai invece, per un’ora e mezzo, a tremare di freddo dentro uno sgabuzzino molto simile a quello del camion su cui ero stato condotto in carcere, a spiare attraverso una fessura situata al livello degli occhi un vecchio francese incappellato, incappottato, insciarpato e inguantato, che predicava, in una lingua che io non capivo, davanti a una fila di banchi di legno, la storia dell’amore di Gesù Cristo per gli uomini.
Il giorno dopo, 26, lo passai insieme coi miei compagni di cella a imparare uno strano gioco che si faceva coi cerini. Perché, ora che non avevo più l’impressione di dover restare in quella cella per sempre, riuscivo a sentirmi provvisoriamente in pace con essa. Il 27 fui di nuovo chiamato in aula, e, come era previsto, fummo prosciolti dall’imputazione. La storia del drap du lit fu finalmente raccontata, causando grande ilarità nella Corte, dopo di che il mio amico decise che i francesi sono «grandi». Quella allegria mi agghiacciò, anche se l’intenzione era quella di rincuorarmi. Mi ricordava le risate che avevo sentito tanto spesso a casa, e che mi era capitato di provocare qualche volta a bella posta. E’ il modo di ridere di quelli che si sentono a distanza prudenziale da tutti gli infelici, di quelli per cui il dolore della vita non è reale. Lo avevo sentito tanto spesso nella mia terra natale, che avevo deciso di trovare un posto dove non lo avrei sentito mai più. In modo profondo, oscuro, aspro e liberatorio, la vita incominciò per me proprio quel primo anno trascorso a Parigi, quando scoprii una volta per tutte che quella risata è qualcosa di universale e che nulla potrà mai arrestarla.

Restate in attesa di altri racconti di Natale, per voi sul nostro sito.

Quinta parte di Eguaglianza a Parigi per i racconti di Natale

febbraio 4th, 2012

Penultima parte de “LEguaglianza a Parigi”, per la serie di racconti di Natale.

Non c’era niente da fare tutto il giorno. Si diceva che un giorno o l’altro ci sarebbe stato il processo, ma nessuno sapeva quando. Ci svegliavano alle sette e mezza con un colpo su quella piccola apertura nella porta della cella che credo si chiami il Giuda e che permette ai guardiani di sorvegliare i prigionieri. Quando sentivamo questo colpo ci alzavamo dal pavimento — dormivamo su dei pagliericci, con una leggera coperta — e ci avvicinavamo alla porta della cella. Attraverso l’apertura, scrutavamo verso il centro della prigione, che era, a quanto ricordo, alta tre piani, tutta in pietra grigia e acciaio, tale e quale la prigione che avevo visto al cinema, solo che al cinema non mi ero reso conto che in prigione fa freddo. Non mi ero reso conto che quando uno si vede togliere i lacci delle scarpe e la cintura, chissà perché, si demoralizza. Quando uno è costretto a strascicare i piedi e a reggersi i pantaloni con una mano, non può non sentirsi come un pupazzo di stracci. E poi il cinema, naturalmente, non riesce a dare la minima idea di che cosa è il cibo in carcere. Alle sette e mezza venivano avanti, per il corridoio, tre uomini spingendo davanti a sé tre enormi bidoni da immondizia montati su delle ruote. Nel bidone del primo c’era il pane — che ci veniva passato attraverso la piccola apertura della porta. Nel bidone del secondo c’era il caffè. Nel bidone del terzo c’era quello che chiamavano sempre la soupe, una scialba poltiglia di patate che doveva essere stata a bollire per molto tempo nella parte posteriore della stufa della prigione, forse da epoche anteriori a quella prima, leggendaria rivoluzione. Naturalmente era diventata fredda e, morto di fame com’ero, non ce la facevo a mangiarla. Bevevo il caffè — che non era caffè — perché era caldo e passavo il resto della giornata avvoltolato nella mia coperta morsicando il pane. Non era il pane francese che si compra nelle panetterie. La sera tornava la stessa processione. Alle dieci e mezza si spegnevano le luci. Ogni notte facevo un sogno ricorrente, un incubo in cui figurava sempre il pollo fritto di mia madre. Nel momento in cui stavo per mangiarlo si sentiva il colpo alla porta. Il silenzio è tutto quello che ricordo di quei primi tre giorni, il silenzio e il colore grigio.
Non saprei dire, ora, se fu il terzo o il quarto giorno che mi portarono in tribunale per la prima volta. Non c’era nulla, ovviamente, che aiutasse a distinguere un giorno dall’altro. Ricordo di essermi reso conto perfettamente che si avvicinava Natale e mi chiedevo se veramente mi sarebbe toccato di fare Natale in galera. Ricordo che il primo processo fu il giorno prima della vigilia di Natale.
La mattina del primo processo mi svegliai sentendo chiamare il mio nome. Ero ancora sospeso in una specie di vuoto tra il pollo fritto di mia madre e il freddo pavimento della prigione quando mi dissero: — Vous préparez. Vous étes extrait. — Ne fui semplicemente terrorizzato, perché non sapevo che interpretazione dare alla parola extrait; e i miei compagni di cella si erano divertiti a raccontarmi storie terribili sull’inefficienza delle prigioni francesi, un’inefficienza così estrema che spesso uno che doveva essere portato fuori per subire il processo si era trovato nella fila sbagliata ed era finito invece sulla ghigliottina. Per dare un’idea della mia reazione a questi scherzi, dirò che, benché mi rendessi conto che mi stavano prendendo in giro, mi riusciva semplicemente impossibile non crederci. Mi pareva che, una volta nelle mani della legge francese, potesse succedere qualsiasi cosa. Mi trascinai, insieme con gli altri che erano extrait, al centro della prigione, cercando di attardarmi in qualche modo nell’ufficio, che sembrava l’unico posto caldo che fosse rimasto al mondo, e mi trovai ancora una volta in quello spaventoso furgone, e fui ricondotto all’Ile de la Cité, questa volta al Palais de Justice. L’intera giornata, salvo dieci minuti, fu trascorsa in una delle celle, prima in attesa di subire il processo poi in attesa di essere riportato in carcere.
Perché quel giorno non fui processato. Dopo un po’ m’ammanettarono e mi condussero attraverso i corridoi, al piano di sopra, alla sala delle udienze, dove trovai il mio amico di New York. Ci misero uno accanto all’altro e non riuscivamo a dissimulare la nostra certezza di essere arrivati al termine di quella dura prova. Tuttavia, mentre aspettavo che si chiamasse il nostro caso, giravo lo sguardo da ogni parte nell’aula, cercando una faccia nota, nella speranza che ci fosse lì dentro qualcuno che mi conoscesse e che potesse portare a qualcun altro, fuori, la notizia che mi trovavo nei guai. Ma non c’era nessuno che io conoscessi e avevo avuto il tempo di rendermi conto che a Parigi c’era forse solo un uomo che mi poteva aiutare; e cioè un legale americano presso il quale avevo lavorato come ragazzo di studio. Lui avrebbe potuto aiutarmi, perché aveva una posizione abbastanza solida e un certo prestigio e poteva testimoniare che quando- lavoravo per lui avevo avuto per le mani grosse somme di denaro senza che succedesse niente, il che rendeva piuttosto improbabile che io mi abbassassi a trafficare in lenzuola. Ma in quel momento doveva trovarsi in qualche parte di Parigi, magari a farsi uno spuntino, a bere un bicchiere di vino, e quanto alle possibilità di raggiungerlo, era come si fosse trovato su Marte. Cercai di seguire il dibattimento e di non pensare. Ma non era rassicurante, Il ragazzo che aveva rubato il pullover, per esempio, si prese proprio i sei mesi previsti. Mi sembrava che tutte le pene comminate quel giorno fossero eccessive; era chiaro, d’altra parte, che tutti quelli che furono condannati quel giorno avevano fatto o senza dubbio si preparavano a fare, una carriera fondata sul crimine. Tale pareva essere l’opinione del giudice, che guardava e ascoltava appena gli imputati, tale sembrava essere la opinione degli imputati che quasi non prendevano la pena di parlare in propria difesa; e tale sembrava essere l’opinione degli avvocati, quasi sempre avvocati d’ufficio, che li difendevano. L’impulso da cui sembrava guidato il tribunale era di mettere questa gente in un posto dove non si facesse più vedere; non che i giudici si ritenessero offesi dai reati commessi — a meno di non voler pensare che a offenderli fosse il fatto che i reati erano così insignificanti ma perché non volevano riconoscere che la loro società poteva considerarsi tale da produrre, in numero sempre più grande, un’intera categoria di persone per cui il crimine era l’unica carriera possibile. Ogni società produce inevitabilmente i suoi criminali, ma una società che è allo stesso tempo rigida e instabile non può fare assolutamente nulla per alleviare la povertà delle classi più basse, e nel momento cruciale non può proporre all’ipotetico giovane quella retta via su cui tanto insiste la propaganda. E se è vero che i francesi sono il popolo meno sentimentale del mondo, e presumibilmente uno dei più orgogliosi, ciò aggrava la situazione in cui presso di loro si trovano le persone di condizione più bassa, i più giovani, i più sfortunati; perché l’idea della riabilitazione non ha molto valore per loro. Confesso che tale atteggiamento suscita in me un sentimento di esasperazione, ammirazione e disperazione, perché è un’altra manifestazione, nel senso migliore e in quello peggiore, della loro notoria e spettacolosa testardaggine.

Parte quattro di Eguaglianza a Parigi

febbraio 4th, 2012

Per la serie dei racconti di Natale, ecco pronta per voi la quarta parte de “L’Eguaglianza a Parigi” di James Baldwin, scrittore afro-americano.

Verso la fine del pomeriggio ci portarono via dalle nostre celle; ognuno ammanettato a un poliziotto: ci condussero, attraverso un labirinto di scale e corridoi, in tutt’altra parte dell’edificio; ci presero le impronte digitali; ci fotografarono. Mi misero contro un muro come avevo visto fare nei film, di fronte ad una macchina fotografica di modello antiquato, dietro la quale stava una delle facce più crudeli e indifferenti che mi fosse mai capitato di vedere; nel frattempo, qualcuno accanto a me e quindi un po’ fuori dal mio campo visivo, lesse, con una voce che da molto tempo doveva essere incapace di esprimere qualsiasi sentimento umano, anche il più basso, quelli che normalmente vengono definiti i miei connotati — ma che in quel momento e in quel luogo facevano l’effetto di essere tutt’altra cosa. Era come se stesse gridando, al mondo ostile, dei segreti che avrei potuto a stento formulare a me stesso nell’intimità della notte. Invece stava leggendo semplicemente la mia altezza, i miei tratti caratteristici, il mio peso approssimativo, il colore della mia pelle — quel colore che negli Stati Uniti per quanto strano possa sembrare era stato tante volte la mia salvezza — il colore dei miei capelli, la mia età, la mia nazionalità. Poi lampeggiò una luce, mentre il fotografo ed io ci fissavamo come se non ci fosse che assassinio nei nostri cuori: e fu fatto. Di nuovo ammanettato fui condotto in fondo all’edificio, dentro un grande capannone, nel quale erano raccolti, propriamente, i relitti delle strade di Parigi. Uomini decrepiti, così vecchi e cadenti che sembravano dare prova, restando in vita, della miracolosa potenza animatrice dello Spirito Santo — perché era chiaro che la vita non era più cosa loro, non era nemmeno un fardello per loro; non erano ormai che la creta toccata una volta per tutte da Dio. E uomini non tanto vecchi, con facce color piombo, dalla consistenza di crema di avena, con occhi che mi facevano pensare a un café au lait rancido in cui si sia versato dell’arsenico, corpi capaci di assorbire cibo ed acqua — qualsiasi cibo ed acqua — e di digerirli ma che non potevano fare nient’altro, se non forse violentare, verso mezzanotte, sulla riva di un fiume, dove corrono i topi. E giovani, più duri e crudeli delle pietre di Parigi, molto più vecchi di me che potevo avere cinque o sette anni di più del meno giovane tra loro. E nordafricani, vecchi e giovani, che sembravano le sole persone vive in un luogo come quello, perché avevano ancora il dono di sentirsi disorientati. Ma non erano disorientati per il fatto di trovarsi nel capannone: semplicemente, perché non erano più nel Nord Africa. C’era un grande buco al centro di questo capannone, che era il cesso comune. Lì vicino — ma era impossibile allontanarsene molto — c’era un vecchio dai capelli bianchi che mangiava un pezzo di camembert. Fu in quel momento, credo, che i miei pensieri si bloccarono, e la fisiologia, se così si può dire, prese il sopravvento. Mi trovai nell’impossibilità di pronunciare una parola non per paura di piangere ma per paura di vomitare. E non pensai più alla città di Parigi; corsi indietro con la mente a quella casa da cui ero fuggito. Ero sicuro che non l’avrei rivista mai più. Devo aver avuto l’impressione, in quel momento, che la mia fuga da casa era stata lo scherzo più crudele che potessi fare a me stesso, se mi aveva condotto qui, cioè ad un punto più basso di quanto avrei mai potuto immaginare — di gran lunga più basso di tutto ciò che avevo potuto vedere in quell’Harlem che avevo tanto odiata e tanto amata, e dalla quale mi ero subito proposto, con tutte le mie forze, di evadere. Dopo circa un’ora che eravamo lì, venne un funzionario, aprì la porta e gridò i nostri nomi. Ed ero certo che ora mi avrebbero rilasciato. Invece fui di nuovo ammanettato e condotto fuori dalla Préfecture, in strada — era buio ormai, e pioveva ancora — e davanti alla scala della Préfecture c’era il grande furgone della polizia con le porte spalancate di fronte a me. Mi tolsero le manette, e salii nel furgone che era fatto in un modo speciale. Era diviso da uno stretto corridoio ai due lati del quale c’era una serie di porte strette. Queste porte si aprivano su uno stretto cubicolo, oltre il quale c’era una porta che si apriva su un altro stretto cubicolo: erano tre o quattro separati l’uno dall’altro, con una porta a lucchetto. Mi misero in uno di questi cubicoli; ricordo che c’era un minuscolo sfiatatoio proprio sopra la mia testa, che lasciava entrare un po’ di luce. La porta del mio cubicolo era chiusa dal di fuori. Non avevo idea di dove mi portassero con questo furgone, e quando si mosse, mi misi a piangere. Credo che piansi per tutto il percorso fino alla prigione, una prigione chiamata Fresnes, che si trova a dodici chilometri da Parigi.
Per motivi che non sono arrivato a capire, i prigionieri il cui nome comincia per A, B o C vengono sempre mandati a Fresnes; tutti gli altri li mandano in una prigione chiamata — con un certo cinismo, mi pare — La Santé. Ovviamente non mi sarà mai offerta la possibilità di entrare a La Santé, ma mi è stato detto, da gente che aveva tutta l’aria di sapere quello che diceva, che era infinitamente più insopportabile di Fresnes. Ciò fu sufficiente a suscitare in me una curiosità sconvolgente — a tutt’oggi non soddisfatta — su quella che cominciai subito a considerare come L’Altra Prigione. Il mio collega di crimine, che stava più in giù nell’ordine alfabetico, era stato mandato là, e confesso che appena se ne fu andato sentii la sua mancanza, perché non era francese e perché era l’unica persona al mondo a sapere che la storia che io raccontavo era vera.
Quando mi ebbero rinchiuso, togliendomi i lacci delle scarpe, cintura, orologio, denaro, carte, limetta per le unghie, in una cella gelida, dove sia la finestra che il cesso erano rotti, insieme con altri sei avventurieri, mi accorsi che il mio racconto sull’affaire du drap du lit suscitava la più strepitosa ilarità e l’incredulità più diffidente. E’ vero che nessuno, tra le persone con cui ebbi a spartire la mia cella nei primi tre giorni, era stato arrestato per qualcosa di più grave — almeno a mio modo di vedere. Ricordo che c’era un ragazzo che aveva rubato un pullover da un monoprix e che probabilmente, dicevano tutti, avrebbe avuto sei mesi. C’era un uomo più vecchio che era stato arrestato per qualche furto insignificante. C’erano due nordafricani, vivaci, brutali, e belli, che passavano dall’allegria alla rabbia, non per il fatto di essere stati presi ma per lo stato in cui era la cella. Non c’era nessuno che riversasse una carica così intensa di emozioni sul fatto di trovarsi in arresto; lo prendevano come anche a me sarebbe piaciuto prenderlo, ossia come uno sgradevole incidente in più, in questo sporco mondo. Il fatto è che, benché fossi abituato da tempo a considerarmi uno di quelli che guardano il mondo in faccia con occhio duro e penetrante, questi uomini avevano un atteggiamento molto più realistico ed erano molto più vicini alla verità. Lo spazio che ci divideva, e che solo un mio gesto avrebbe potuto colmare, si fece, in quelle trentasei ore, sempre più grande. Non potevo fare nessun gesto, per il semplice fatto che mi impaurivano. Ero incapace di accettare la mia prigionia come un fatto, sia pure temporaneo. Non potevo, nemmeno per un istante, accettare quei compagni occasionali come i miei compagni. E loro naturalmente, se ne rendevano conto, e lo attribuivano, con un procedimento impeccabile, al fatto che io ero americano.

Terza parte de L’Eguaglianza a Parigi

febbraio 4th, 2012

Continuiamo a proporvi “L’Egualgianza a Parigi” di James Baldwin per i racconti di Natale.

Mi rendevo conto perfettamente che i francesi che disponevano in quel momento della mia persona non erano migliori né peggiori dei loro colleghi americani. Le loro uniformi mi incutevano un eguale spavento; le loro maniere impersonali e la minaccia della violenza, che i poveri sentono sempre in modo così acuto, mi opprimevano in quel commissariato come mi avevano oppresso in qualsiasi altro posto di polizia. E poi, avevo visto che cosa erano capaci di fare i poliziotti parigini agli arabi venditori di noccioline. L’unica differenza era che non capivo questa gente, che non sapevo quali fossero le tecniche attraverso le quali si esplicava la loro crudeltà, che non sapevo abbastanza sulla loro personalità per potermi accorgere in tempo del pericolo e per tenerlo a distanza, che non sapevo come affrontarlo. Quella sera al commissariato non ero un disprezzato uomo nero. Avrebbero riso di me, se mi fossi comportato come tale. Per loro, ero un americano. E in questo erano loro ad avere un vantaggio, perché quella parola, Américain, bastava a dargli un’idea tutt’altro che imprecisa, di quel che potevano aspettarsi da me. Per non confermare in un modo o nell’altro la loro ironica aspettativa non dissi niente e non feci niente — che era un tipo di reazione che nessun francese, bianco o nero, avrebbe avuto al mio posto. L’interrogativo che mi si affacciava alla mente non era che cosa fossi ma chi. E un tale interrogativo — un che cosa si può liquidare con una certa dose di abilità ma un chi richiede qualche risorsa — fu il mio primo presagio di che cosa significhi umiltà.
Al mattino continuava a piovere. Tra le nove e le dieci una Citroèn nera ci portò nell’Ile de la Cité, al grande grigio edificio della Préfecture. Mi rendo conto adesso che le risposte date alle mie domande dai numerosi poliziotti che ci scortavano venivano sempre incontro a quanto io speravo di sentir dire. E questo, non tanto per gentilezza ma semplicemente per indifferenza — o magari per una sorta di pietà ironica — perché ognuno dei poliziotti sapeva benissimo che non c’era nulla che potesse accelerare o arrestare l’ingranaggio nel quale ero rimasto impigliato. Sapevano anche che io non lo sapevo e dirmelo non avrebbe avuto senso. In un modo o nell’altro ne sarei certamente venuto fuori — perché anche loro sapevano che l’essere trovato in possesso di un lenzuolo rubato non era un delitto punibile con la ghigliottina. (Anche in questo erano in posizione di vantaggio nei miei confronti, perché più tardi ci furono momenti nei quali non ne fui più così sicuro.) Se non me ne tiravo fuori — ebbene tanto peggio. Perciò alla domanda che feci mentre eravamo nella Citroèn: — Finirà tutto entro oggi? — mi sentii rispondere: — Oui, bien sûr. — Non mentivano. Come poi risultò, il procès-verbal fu chiuso in giornata. Sforzandomi di essere realistico, scartai, mentre ero nella Citroén, qualsiasi idea di pranzo e mi spinsi con la mente verso l’idea della cena.
Alla Préfecture fummo messi per prima cosa in una piccola cella, dove era quasi impossibile sia sedersi che sdraiarsi. Dopo un paio di ore trascorse in quel modo, ci portarono in un ufficio dove incontrai per la prima volta il padrone del lenzuolo; e là si svolse il procès-verbal. Si trattò di un semplice interrogatorio, ma spaventosamente conciso ed essenziale (in modo da non lasciare dubbi sul fatto che si doveva essere trattati come criminali); il verbale fu steso da una segretaria. Alla fine ci fu sottoposto il verbale perché lo firmassimo. Naturalmente non c’era altra scelta, anche se la mia padronanza del francese scritto era tutt’altro che sicura. Ci trattenevano senza facoltà di comunicare con l’esterno, come prevedeva la legge francese, e alle mie indignate richieste di mettermi in comunicazione con la ambasciata o di poter vedere un avvocato, fu opposto invariabilmente un gelido Oui, oui. Plus tard. Concluso il procès-verbal, ci ricondussero in cella, davanti alla quale vedemmo passare, di lì a poco, il proprietario del lenzuolo. Disse che sperava che avessimo dormito bene, strizzò l’occhio con fare vendicativo e scomparve.
Una sola cosa era chiara, ormai: che non avevamo alcun controllo sui succedersi degli eventi, e non potevamo neppure prevederli. Dato che quello che io consideravo il momento culminante — il procès-verbal — lo avevamo passato, e che l’albergatore era tornato in possesso del suo lenzuolo, mi sembrava che potessimo ragionevolmente aspettarci di essere rilasciati nel giro di poche ore. Eravamo in stato d’arresto da quasi ventiquattro ore, ormai, e in tutto questo tempo avevo potuto capire solo una cosa: che l’imputazione nei miei confronti era quella di receleur. Il continuo oscillare della mia mente tra pranzo e cena, cui si aggiungeva la mancanza materiale di questi due piaceri, cominciava a farmi girare la testa. Le chiacchiere incessanti del mio amico di New York, che si mostrava deciso a tenermi su di morale, risvegliavano in me istinti omicidi, pregavo che qualche potenza ci liberasse da quell’agghiacciante cumulo di pietre prima che l’impulso potesse trasformarsi in azione. E cominciavo a chiedermi che cosa stesse accadendo, oltre quelle mura, in quella bella città di Parigi. Mi chiedevo quanto tempo sarebbe passato prima che qualcuno chiedesse: — Ma dov’è Jimmy? E’ un pezzo che non si fa vedere —. E mi resi conto che, dato il genere di persone che conoscevo, ci sarebbero voluti diversi giorni.

Appuntamento con la prossima parte de “L’Eguaglianza a Parigi” per i racconti di Natale.

Parte due di Eguaglianza a Parigi per i racconti di Natale

febbraio 4th, 2012

Per i racconti di Natale, eccoci alla seconda parte di questa disavventura parigina di Natale.

C’erano due francesi, nella stanza, che immediatamente sì qualificarono come poliziotti; la cosa non mi preoccupò. Mi ero ormai abituato ai poliziotti parigini, che saltano fuori alle ore e nei posti più impensati, e chiedono che si mostri la carte d’identité. Questi poliziotti, però, mostrarono ben poco interesse per i miei documenti. Cercavano qualcosa d’altro. Non potevo immaginare che cosa fosse, e sapendo che in ogni caso non l’avevo io, seguii appena la loro conversazione col mio amico. Conclusi che erano in cerca di una specie di gangster, e siccome io non lo ero e sapevo che il gangsterismo non era nello stile del mio amico, ammesso che avesse uno stile, ero sicuro che di lì a poco i due poliziotti avrebbero fatto un inchino, detto Merci, messieurs e se ne sarebbero andati. A questo punto, ricordo benissimo, morivo dalla voglia di bere qualcosa e andare a cena.
Passarono molti giorni prima che io potessi andare a bere o a mangiare, e quando lo feci il mio stomaco oltraggiato rigettò subito ogni cosa. Uno dei poliziotti cominciò a dimostrare un interesse spiccato nei miei confronti, e chiese molto gentilmente di vedere la mia stanza. Vi salimmo, ricordo, chiacchierando nel modo più civile, lungo le scale, e perfino dopo essere entrati nella stanza, nella quale non c’era niente da vedere oltre la povertà e il disordine caratteristici di quel precario gruppo di persone, di diversa età, razza, paese, mestiere o intenzione, che Parigi è abituata a qualificare les étudiants e talvolta, con puntuale ironia, les non-conformistes. Si avvicinò al mio letto, e un istante prima che levasse la coperta, capii in una terribile folgorazione che cosa stava cercando. Guardammo il lenzuolo sul quale lessi solo allora impresso nel più squillante scarlatto che abbia mai visto, il nome dell’albergo da dove era stato rubato. Per la prima volta mi si affacciò alla mente la parola rubato. Certo, avevo visto la sigla dell’albergo, il giorno che avevo messo il lenzuolo nel letto. Solo che non gli avevo dato nessun significato. A New York mi era capitato di vedere sigle di alberghi dappertutto, dall’argenteria, al sapone, agli asciugamani. Portare via delle cose dagli alberghi di New York era praticamente una consuetudine, anche se, me ne rendevo conto tutto a un tratto, non avevo mai conosciuto nessuno che si fosse portato via un lenzuolo. Senza dirmi una parola, tristemente l’ispettore prese il lenzuolo dal letto, lo piegò sotto il braccio e tornammo di sotto. Capii che ero in stato di arresto.
E così attraversammo la hall, in quattro, due dei quali in evidente posizione di rei, sotto gli occhi del vecchio e di sua figlia, e uscimmo in strada sotto una pioggia leggera senza che nessuno di noi dicesse una parola. Ed io chiesi, in francese:
— Ma è molto grave? Perché, pensavo, dopotutto si tratta di un lenzuolo, e neanche nuovo.
— No — disse uno di loro. — Non è grave.
— Non è niente — disse l’altro.
Credetti di poterne dedurre che avremmo ricevuto un rimprovero al commissariato e poi ci avrebbero lasciati andare a cena. Ripensandoci più tardi, mi sono reso conto che non dicevano questo per ipocrisia, e neppure per confortarci. Intendevano dire esattamente quello che dicevano. Solo che parlavano un’altra lingua.
A Parigi tutto è molto lento. Inoltre, quando si ha a che fare con la burocrazia, l’uomo con cui si sta parlando non è mai l’uomo a cui si deve parlare. L’uomo a cui si deve parlare è appena partito per il Belgio o è occupato in famiglia, o ha scoperto proprio allora che è cornuto; lo si potrà trovare martedì prossimo alle tre, o a qualsiasi altra ora del pomeriggio, o magari domani, o magari fra cinque minuti. Ma se viene dopo cinque minuti, sarà troppo occupato per vederti oggi. Non fui dunque molto stupito nell’apprendere, al commissariato, che non avrebbero potuto occuparsi di noi prima della mattina successiva, quando sarebbe arrivato L’Uomo. Andare a cena e tornare la mattina’ no, non si poteva. Non dubitava che noi saremmo tornati: non era quello il problema. A dire il vero non c’era nessun problema: semplicemente dovevamo rimanere lì tutta la notte. Ci misero in una cella che aveva l’aria di un pollaio. Erano le sette di sera, ormai, ed io misi da parte l’idea della cena e cominciai a pensare al pranzo.
Scoraggiai i tentativi di conversazione del mio amico di New York finché mi lasciò solo con i miei pensieri. Cominciavo a impressionarmi e raccolsi dunque tutte le mie energie per dominare il mio panico. Cominciai a rendermi conto che ero in un paese di cui non sapevo niente, nelle mani di gente che non capivo affatto. A New York in una situazione analoga avrei avuto un’idea di quello che occorreva fare perché avevo una idea di quello che mi potevo aspettare. E dicendo questo, non mi riferisco alla legalità, a cui, come la maggior parte dei poveri, non ho mai creduto nemmeno un istante, ma al temperamento delle persone con cui avevo a che fare. A New York ero diventato abilissimo nel prevedere e, fino a un certo punto, a manovrare a mio vantaggio le reazioni del mondo bianco. Ma ora non ero a New York. Qui nessuna delle mie astuzie di un tempo poteva servirmi. Non sapevo che cosa vedessero, quando guardavano me. Quello che vedevano gli americani, quando mi guardavano, lo sapevo benissimo, e ne traevo lo spunto per un’infinità di fosche variazioni sul ruolo che mi avevano assegnato sapendo che la cosa più importante, per loro, era di non essere mai messi a confronto con quel lato della loro personalità a cui quel ruolo risultava così necessario e vantaggioso. Sapevo anche che non mi avrebbero mai chiesto di mettere le carte in tavola, né si sarebbero potuti permettere di scoprire che cosa in effetti io ci stessi a fare; così mi ero abituato ad affrontare le situazioni più critiche, traendo un mortale e disperato profitto dall’esperienza di un orgoglio e di un disprezzo accumulati amaramente. una terribile arma a doppio taglio da portare per il mondo; e fu quando scoprii che in quel gioco finivo per recare a me stesso una violenza che il mondo, anche al colmo della sua ferocia, non sarebbe forse arrivato ad infliggermi, che mi decisi a lasciare New York. In questa situazione, era strano, dopo un anno trascorso a Parigi, dover constatare che le mie armi non mi potevano più servire come prima.

Prima parte di Eguaglianza a Parigi di James Baldwin

febbraio 4th, 2012

Per la serie dei racconti di Natale vi presentiamo questa disavventura di un americano durante il periodo di Natale a Parigi, raccontata da James Baldwin, scrittore afroamericano del Novecento.

Abitavo a Parigi da un po’ più di un anno, quando, il 19 dicembre 1949, fui arrestato come ricettatore e dovetti passare otto giorni in prigione. Causa del mio arresto fu un turista americano che avevo visto due volte a New York e al quale avevano dato il mio nome e indirizzo, dicendogli di cercarmi. In quell’epoca abitavo all’ultimo piano di un albergo dall’aspetto incredibilmente torvo in rue du Bac, uno di quegli enormi, scuri, freddi e orridi edifici che a Parigi abbondano e che sembrano emanare — con quei corridoi senza aria, umidi, di un freddo di pietra, le luci fioche, le cameriere frettolose, le scale scricchiolanti — un sentore di signorilità da gran tempo trapassata. L’albergo era diretto da un francese vetusto, paludato in un elegante vestito nero diventato verde col tempo, un personaggio il cui aspetto sarebbe inesatto definire disorientato o traumatizzato, perché doveva avere smesso di respirare intorno al 1910. Sedeva giorno e notte alla sua scrivania nella tetra luce e nello sfondo bizzarro della hall, salutando ognuno dei suoi inquilini, dall’aria misera e buche, con una sussiegosa inclinazione del capo che senza dubbio gli era stata insegnata in qualche remotissima epoca come il modo corretto in cui un propriétaire saluta i suoi ospiti. Se non fosse stato per sua figlia, una tricoteuse ostinata — che aveva un suo modo di inclinare il capo, repentino e agghiacciante, come un colpo di accetta — l’albergo certamente sarebbe fallito da tempo. Si diceva che da trent’anni il vecchio non avesse varcato neppure una volta la porta dell’albergo; non era difficile crederci. Aveva l’aspetto di uno che può restare ucciso dalla luce del giorno.
Naturalmente, non ci stavo molto. Appena ebbi cominciato a vivere negli alberghi francesi, capii quanto sono necessari i caffè. Diventò più difficile rintracciarmi perché, appena sceso dal letto, prendevo penna e quaderno e andavo tutto pieno di speranze al piano superiore del Flore, dove consumavo una considerevole quantità di caffè e, verso sera, una considerevole quantità di alcoolici, senza riuscire a scrivere un gran che. Ma una sera fui scoperto in uno dei caffè di Saint Germain des Près da questo newyorkese, e per il solo fatto di trovarci insieme a Parigi, ci immaginammo immediatamente di essere stati grandi amici ai bei tempi degli Stati Uniti. Quest’illusione non resse alla prova di una serata trascorsa a bere, ma era già troppo tardi. Mi ero impegnato a trovargli una stanza nel mio albergo il giorno dopo, perché lui abitava in un albergo vicino alla Gare Saint-Lazare dove, lui diceva, il propriétaire era un ladro, sua moglie una ninfomane repressa, le cameriere «suini», e l’affitto un crimine. Questo è il modo in cui gli americani parlano sempre dei francesi; così non mi venne in mente che lui diceva sul serio o che aveva intenzione di farsi in qualche modo giustizia da sé, contro la repubblica francese. Né mi venne in mente che il modo da lui scelto effettivamente potesse essere tale da produrre risultati così disastrosi, disastrosi anche se da operetta.
Fu l’ultimo di una serie di disastri forse inevitabili dato che ero venuto a Parigi con poco più di 40 dollari in tasca, nemmeno un soldo in banca, e nessuna conoscenza della lingua francese. E fu chiaro ben presto che non avevo nessuna conoscenza nemmeno del carattere francese. Vedevo nei francesi una stirpe antica, intelligente e civile, come è in effetti. Non sapevo pero che le antiche glorie implicano, almeno in questo nostro secolo, una fatica presente, e con ogni probabilità, la paranoia; che esiste un limite al ruolo che può avere l’intelligenza nelle cose umane; e che nessun popolo conquista una cultura se non a un prezzo considerevole. Un prezzo che evidentemente nessuno è in grado di precisare ma che traspare dalla loro personalità e dalle loro istituzioni. La parola stessa «istituzioni», dalla nostra parte dell’oceano, dove mi pareva che soffrissimo crudelmente della loro mancanza, evocava in modo gradevole sicurezza, ordine, senso comune; solo dopo aver preso contatto con queste istituzioni, ci si poteva rendere conto di quanto fossero a loro volta antiquate, esasperanti, assolutamente impersonali e molto spesso crudeli. E anche la personalità che a distanza era parsa più libera e più aperta, bisognava frequentarla per accorgersi che se era aperta, era anche inflessibile e, agli occhi di uno straniero, piena di spazi strani, profondi, pieni di polvere, inabitabili. Era necessario, insomma, prendere contatto con una cultura estranea per capire che una cultura non è una comunità di impagliatori e nemmeno un atto di Dio; che non è qualcosa di auspicabile o non auspicabile in se stessa, ma un fenomeno inevitabile, che consiste, né più né meno, negli effetti, registrabili e visibili su un insieme di persone, delle vicissitudini che queste persone hanno dovuto affrontare. I loro grandi uomini non sono altro, in fondo, che una di queste vicissitudini, anche se il breve conflitto tra i grandi uomini e loro ha prodotto, contro la loro stessa volontà, un arricchimento.
Quando il mio amico americano lasciò il suo albergo per trasferirsi nel mio, si portò appresso, per ripicca, un lenzuolo che apparteneva al suo albergo e lo mise dentro la valigia. Quando arrivò nel mio albergo mi prestò il lenzuolo che io misi nel mio letto, visto che i miei erano molto sporchi e la cameriera non dava segno di volerli cambiare. Le lenzuola appartenenti al mio albergo le misi nella hall congratulandomi con me stesso per avere così imposto all’attenzione del Grand Hòtel du Bac lo sgradevole stato della sua biancheria. Dopodiché ci vedemmo molto poco — a quanto pare avevamo orari molto diversi: io mi alzavo a mezzogiorno e lui di solito rientrava proprio a quell’ora, come potei constatare un giorno incontrandolo per le scale.
La sera del 19 me ne stavo seduto pensando malinconicamente al Natale e fissando le pareti della mia camera. Dovevo aver venduto qualcosa o forse qualcuno mi aveva fatto un regalo per Natale, perché ricordo che avevo un po’ di soldi. In quei giorni a Parigi, benché galleggiassi, per così dire in un mare di conoscenze, non conoscevo in sostanza quasi nessuno. Molti erano stati eliminati dalla mia orbita perché avevano più soldi di me e questo mi metteva ai miei propri occhi nella posizione militante dello scroccone; altri erano stati eliminati perché si compiacevano della loro povertà e continuavano a sostenere fino all’assurdo che quello squallido giro di stanze d’albergo, di cibo cattivo, di portieri arroganti e di conti non pagati era la Grande Avventura. Per quel che riguardava me, la grande avventura poteva pure finire subito; mi chiedevo spesso che cosa sarebbe finito prima, la grande avventura o io. Il risultato era, però, che molte sere le passavo seduto nella mia stanza sapendo di non poter lavorare lì e non sapendo che fare né chi andare a vedere. Quella sera scesi e bussai alla porta dell’americano.

Caffè a Rapallo di Eugenio Montale

febbraio 4th, 2012

Vi presentiamo in qui un articolo sulle poesie di Natale, ovvero “Caffè a Rapallo” di Eugenio Montale.

Natale nel tepidario / lustrante, truccato dai fumi / che svolgono tazze, velato / tremore di lumi oltre i chiusi / cristalli, profili di femmine / nel grigio, tra lampi di gemme / e screzi di sete…

Son giunte / a queste native tue spiagge, / le nuove Sirene!; e qui manchi / Camillo, amico, tu storico / di cupidige e di brividi.

S’ode grande frastuono nella via.

E’ passata di fuori / l’indicibile musica / delle trombe di lama / e dei piattini arguti dei fanciulli: / è passata la musica innocente.

Un mondo gnomo ne andava / con strepere di muletti e di carriole, / tra un lagno di montoni / di cartapesta e un bagliare / di sciabole fasciate di stagnole. 

 Passarono i Generali / con le feluche di cartone / e impugnavano aste di torroni; / poi furono i gregari / con moccoli e lampioni, / e le tinnanti scatole / ch’ànno il suono più trito, / tenue rivo che incanta / l’animo dubitoso: / (meraviglioso udivo).

L’orda passò col rumore / d’una zampante greggia / che il tuono recente impaura. / L’accolse la pastura / che per noi più non verdeggia.

Speriamo che vi siano piaciuti questi versi di Montale, e appuntamento ancora sul nostro sito con nuove poesie di Natale.

 

Ultima parte di Natale con il Miele

febbraio 2nd, 2012

Finalmente siamo giunti alla fine del racconto di Natale di Luciano Bianciardi, intitolato “Natale con il Miele”, ambientato durante la fine della seconda guerra mondiale.

— Ma senti un po’, — mi disse Dodi quando il canto finì, e già tutti cominciavano a rifare il giaciglio per la notte. —Senti un po’, ma quando nacque il bambino, secondo te, faceva freddo? Venticinque dicembre, d’accordo, ma sempre in Palestina. In Palestina fa freddo di dicembre, secondo te? Io dico di no. E poi perché in una grotta? In una stalla, semmai, una baracca come questa. E ci nacque per caso. I suoi erano in viaggio per via del censimento, dovettero pernottare a mezza strada, gli alberghi erano tutti pieni. Non gli mancavano mica i mezzi per pagarsi una camera, a quei due, no? Non erano mica poveri? Tu che ne dici?
— Mah, — feci, e sbadigliavo per il sonno.
— Vedi, — continuò Dodi. — La madre apparteneva alla tribù di Levi, la più illustre del popolo d’Israele. Sicché povera non era. Il padre dicono che fosse falegname. Ma leggi meglio i Vangeli. Tu li hai letti i Vangeli?
— Parecchio tempo fa, — risposi, — me li ricordo poco. Ma ora dormi, vai, Dodi.
— Se leggi bene i Vangeli, vedrai che il padre non era falegname. La vulgata dice faber, che non è fabbro, ma semmai carpentiere, costruttore. Insomma era un impresario edile, ecco, e tu lo sai che nell’edilizia i soldi si fanno, e anche a quei tempi li facevano di sicuro, meno di ora magari, ma sempre parecchi soldi. E poi, pensa un po’, il figlio non ha mai lavorato. Andava in giro a predicare, poi i miracoli, un sacco di belle cose, ma lavorare, che si sappia, mai. Lo manteneva il padre impresario, e dunque i soldi ce li aveva, no? Sicché nella stalla ce li misero perché l’albergo era tutto esaurito, non perché gli mancassero i quattrini per pagarsi una camera a due letti.
Rimase un momento in silenzio, scolò il gavettino e poi, senza ormai far caso se io stavo a sentirlo o no, riprese: — Però, anche quest’azzardo di mettersi in viaggio in quelle condizioni. Va bene il censimento, era obbligatorio ritornare al comune di origine, ma ci saranno state le eccezioni, no? I casi speciali. A meno che non fosse di sette mesi. Può anche darsi, una è di sette mesi, non lo sa, e si mette in viaggio. Dev’essere stato proprio così, di sette mesi. Anche perché i settimini sono quasi sempre eccezionali, crescendo. Tu di quanti mesi sei?
— Eh? — feci io, che quasi dormivo.
— Sei settimino?
— No, Dodi, no, credo di no. Ma ora dormi.
— Infatti non sei niente di speciale. Non sei settimino. Lui forse sì, ed era eccezionale. Andava in giro a predicare e la gente lo ascoltava. Facci il miracolo, gridavano. Facci il miracolo. E invece lui i miracoli li faceva poco volentieri, proprio quando ce lo tiravano per i capelli. Con tutta la gente che faceva i miracoli, a quei tempi, fra eremiti, guaritori e stregoni, vuoi che ci si~mettesse anche lui? Come un fachiro qualunque? Un saltimbanco? Quelli che fece, fu proprio perché la gente urlava facci il miracolo, facci il miracolo, lo tirava per i capelli.
Tutto infervorato, Dodi alzava la voce, specialmente sul «facci il miracolo », come per imitare il bercio della folla, e dai pagliericci accanto qualcuno brontolava che stesse zitto, e che era ora di dormire. Continuò a voce più bassa: — Ma poi tu guarda bene che miracoli furono, quei pochi che fece tirato per i capelli. Il primo per esempio: vinum non habent, e lui là, portatemi l’acqua che ve la faccio diventare vino. I pesci non bastano, i pani non bastano, e lui via, moltiplicazione di pani e pesci. Ora state buoni, mangiate, poi vi spiego la verità. Lui non voleva che la gente patisse la fame, lo sai? Mangiare, bere, e poi la verità. Quando avete mangiato e bevuto, lasciate perdere i quattrini, e ascoltate le cose che contano. Il resto, fesserie. I soldi, fesserie. I peccati della carne, fesserie. Come dice all’adultera? I peccatori veri sono gli altri, le persone per bene, mica tu. E ti vorrebbero ammazzare a sassate. Vai, vai, lascia perdere, pensa alla salute dell’anima, e se ti riesce, a quel poveruomo di tuo marito non gliele mettere più, le corna.
Minniti che gli dormiva accanto si rigirò sulla paglia, alzò un momento il capo e mostrò i denti: — Cu tien’i ccorna, cu tien’i ccorna, mannaggia? Lu patre tuo tien’i ccorna. E duorme, duorme, figghie ‘e ntrocchie.
Ma Dodi, che pure era figlio unico, non si adirò. Posò una mano sul capo nero di Minniti come per dargli l’assoluzione, poi si distese supino e rimase con gli occhi aperti a fissare il buio della baracca addormentata.

Sono passati più di vent’anni, e ogni tanto rivedo Dodi, che fa l’avvocato a Milano. Qualche volta, verso Natale, organizziamo una cena di tutti i veterani milanesi del Curtatone e Montanara, chi ingegnere, chi maestro, chi direttore di banca. Sull’elenco telefonico di Genova ho visto che c’è Conrado Domenico, e avrei voglia di telefonargli, ma poi non so, per timidezza o per pigrizia non mi decido mai. Carmassi è direttore dell’Enal a Pisa. Pecorari è cittadino iugoslavo, e certamente avrà ripreso il suo nome vero. L’ultima volta che vidi Tarabochia era sottotenente, capo custode responsabile di un camposanto di guerra americano. — Ho anche due generali, sotto di me, — mi disse con orgoglio, e non si poteva certo negare che era vero. Carlo fa il bagno due volte al giorno, ed è diventato uno scrittore piuttosto bravo: un suo libro parla appunto di quando eravamo insieme a Oria. Ormai è esaurito, ma l’editore farebbe bene a ristamparlo. Ho rivisto anche quei due che facevano i pagliacci all’orfanotrofio del Beato Annibale Maria Di Francia. Li ho visti all’Alcione, in avanspettacolo. Come nome d’arte, hanno scelto Cecè e Franco D’Oria. E morto il senatore B. Croce, e anche Ercole Ercoli, col suo vero nome. Io sono cittadino d’uno stato repubblicano, democratico, a economia mista, con aperture sociali, come meglio non si poteva nemmeno pensare, nell’inverno del ‘43 alla polveriera. Fra referendum, elezioni politiche e amministrative, sono andato alle urne una decina di volte, e mi è capitato anche di buttare giù la scheda bianca. Il perché non lo so. Una cosa è certa: da allora non ho più mangiato fichi secchi. E nemmeno miele.

Rapallo, agosto 1965

Parte quarta di Natale con il Miele

febbraio 2nd, 2012

Eccoci alla penultima parte di “Natale con il Miele” di Luciano Bianciardi, per la serie dei racconti di Natale.

Pasqualetti lo stava a guardare, poi guardò il miele suo, ma resistette alla tentazione. — In inglese, miele, come si dice? — domandò a me.
— Honey, — gli risposi.
— Honey?
— Sì, honey.
— Ho capito. Honey, honey, — andava ripetendo. — Honey.
— A parte la prospettiva di uno scambio vantaggioso con qualche soldato americano, la parola gli piaceva, e continuava a ripeterla mentre, dopo il cambio della guardia, in fila indiana si ritornava alle baracche. Con la destra Pasqualetti stringeva la cinghia del fucile a bracciarm, con la sinistra teneva il coperchio della gavetta pieno di miele. Honey.

Rimediai da un contadino mezza fiscella di ricotta e l’impastai con il miele. Ricordavo che a casa mia usa questo tipo di leccornia, ricotta impastata con zucchero e un po’ di caffè, o anche cacao, ma poco perché è tanto caloroso per i bambini. Si mangia spalmato sul pane. Col miele era una novità. Io lo stavo appunto impastando dentro il coperchio della gavetta, facevo forza coi denti della forchetta contro la pasta densa della ricotta, che in Puglia è burrosa più che da noi, e ha un sapore più forte, quasi di formaggio. Ogni tanto assaggiavo, trattenendo le lacrime, per quanto era buona. Stavo seduto sul pagliericcio, e feci male, perché intorno mi si formò quasi subito un capannello di ghiottoni che stavano a guardarmi senza dire niente.
— Che sarebbe? — domandò poi Carmassi.
— Lo vedi, no? Miele e ricotta.
— Dev’essere buona.
Io non gli risposi.
— Me la fai assaggiare?
Gli porsi la forchetta intrisa, lui la prese con mano cauta, la ripulì ben bene con le labbra. — Uhm, — fece alla fine, e non aggiunse altro.
— La fai assaggiare anche a me? — chiese Conrado. Questo Conrado sarà stato alto al massimo un metro e sessanta, ma pesava un quintale anche lui, come il suo amico Pasqualetti, ed era un quintale di ossa e muscoli. A Genova, dopo la scuola, andava alla palestra del sollevamento pesi. Una volta lo vidi fare cinquanta metri di corsa, portando in braccio la mitragliatrice montata, arma e treppiede. Per questo assaggiò anche lui, ma poi mi alzai, dissi che scappavo alla latrina.
— Vedrai che il miele gli ha sciolto il corpo, — sentii Carmassi che spiegava agli altri, ma io ero già sulla porta. Traversai lo spiazzo in mezzo alle baracche, girai dietro a quella vuota, buia, mezza distrutta per fare legna da ardere, raggiunsi le latrine, mi sedetti in un angolo con le spalle alla stuoia, e mangiavo il miele con la ricotta. Era freddo, ma non ci feci caso.
Pochi giorni dopo fu Natale per tutti, e bisogna dire che il comando del Curtatone e Montanara fece le cose in grande. La mattina prima arrivò l’autoclave, ciascuno fece un fagotto dei suoi panni, riempirono l’apparecchio, lo chiusero ermeticamente, accesero la caldaia e un’ora dopo ciascuno riebbe la roba sua, bollente, un po’ ingiallita e rigida, ma disinfestata. Il capitano fece schierare la compagnia in fila per uno, si levò un guanto, e passò a tutti la mano sulla guancia, per controllare se le barbe erano ben rasate. In certo senso fu la sua carezza paterna in quella giornata di grande festività. Il rancio di mezzogiorno fu buono ma un po’ scarso, e ci spiegarono che volevano tenerci leggeri, in vista del secondo pasto, che si sarebbe consumato alle cinque, per poi recarci inquadrati all’orfanotrofio del Beato Annibale Maria Di Francia. Vino, praticamente, a volontà, ed era vino grosso di Puglia, quasi nero, lasciava il segno sull’alluminio del gavettino. Ce ne fu per la cena e ne avanzò per dopo.
Frati e orfanelli ci trattarono anch’essi bene. Anzitutto il padre superiore fece una bella predica, ci spiegò la nascita di Nostro Signore, di cui il miracolo si ripete ogni anno il venticinque dicembre, anche se c’è la guerra, per portare la pace in terra agli uomini di buona volontà, i quali uomini invece la volontà l’hanno cattiva e si ammazzano gli uni con gli altri, chi a ragione e chi a torto, ma sempre ammazzamento è. Poi ci raccomandò di essere buoni, almeno noi giovani soldati cobelligeranti, di seguire sempre le vie del bene, evitando ogni tentazione del maligno, e non dando orecchio alle seduzioni mondane.
Seguì lo spettacolo: una scenetta comica tutta di orfanelli. Uno faceva il maestro, gli altri gli scolari, poi si alzava il primo attore, che era l’alunno sempre bocciato per scarsa applicazione — eppure, volendo, l’intelligenza per far bene ce l’avrebbe avuta — e si consolava cantando una canzoncina. Canto quel motivetto che mi piace tanto, e che /a dudu dudù, a’udu dudù du duu. Anche Franco e Cecè salirono la scena vestiti da pagliacci, e ci fecero tanto ridere, specialmente quando Cecè, che aveva bevuto più di tutti, cadde sull’orchestrina e sfondò la grancassa. Usciti loro si fece un gran silenzio, si spensero le luci, e quando si riaccesero, come per un miracolo, sul palco erano schierati tutti gli orfanelli, vestiti con la cotta bianca a trine, e intonarono una bella canzone natalizia.
Prima di dormire la volemmo cantare anche noi, con in mano il gavettino pieno di vino pugliese, grosso, forte e quasi nero, che neppure sembra vino e difatti laggiù lo chiamano con un altro nome, lu mieru. Ciascuno sedeva sul suo pagliericcio, volemmo spegnere le luci e accendere l’ultimo candelone di San Barsanofio, così la baracca era anche più suggestiva. Accanto a me sedeva Dodi, ma non cantava, tutto assorto a bere. Tu scendi dalle stelle, cantavano i soldati, o re del cielo, e nasci in una grotta al freddo e al gelo. Cantavo anch’io.