Terza parte di Natale con il Miele di Luciano Bianciardi

febbraio 2nd, 2012

Eccoci giunti alla terza parte di questo racconto di Natale ambientato durante la guerra.

Erano questi dunque i pensieri confusi e giovanili che mi passavano per la testa, mentre disponevo i turni di guardia, controllavo che le cassette delle munizioni fossero tutte sigillate, e intanto mi grattavo perché era spuntato un tardo solicello dicembrino. Accesi una sigaretta Milit, mi appoggiai allo stipite, e pensai che questo mio natale l’avrei celebrato, al massimo, coi fichi secchi, e forse neanche mandorlati.
L’immagine evocò, da dietro una siepe di fichidindia, giù in fondo alla strada, la figura di Carlo. Distava dalla polveriera un cento passi, e andava vestito, naturalmente da militare, eppure non c’era da sbagliarsi, era Carlo in persona, con quel naso a becco, le occhiaie livide, le fasce infagottate sopra i calcagni, la baionetta al fianco, la bustina calcata fin sopra le orecchie, e le mani in tasca. Carlo era un pessimo affare anche per un esercito male in arnese come quello di Puglia: tanto vero che quando decise, nottetempo, di andarsene verso Napoli, qualche mese dopo, verso la casa di uno zio ministro del regno di Salerno, i comandi neanche lo cercarono pìu. Era di un’altra compagnia, ma dormiva nella baracca nostra, abusivamente. Già un bel progresso, tuttavia, rispetto a Copertino, quando il battaglione stava attendato in un uliveto, e Carlo invece aveva preso alloggio in un pollaio, donde aveva scacciato le galline. Del pollaio serbava ancora l’odore, perché da quei tempi non si era lavato più. Arrivando a casa dello zio ministro, seppi che per prima cosa si denudò in giardino e seppellì i suoi panni.
E ora questo avanzo di pollaio mi veniva incontro, come sempre ingrugnato, e come sempre mi rivolse la parola solo quando mi fu dinanzi.
- Che ci fai, qui? — chiese.
— Il capoposto alla polveriera.
Non disse nulla ed entrò guardandosi intorno, senza rispondere alle guardie fuori servizio che lo salutavano. Si fermò davanti alla cassetta delle O.T.O., si chinò ad annusare i sigilli, poi levò dal fodero la baionetta.
— Che fai? — gli chiesi subito, allarmato perché lo conoscevo. Per esempio, non era permesso andare in giro fuori servizio con la baionetta. Ma lui non voleva sentire storie. — Ti pare che vado in giro disarmato? Mettiamo che incontri un malvivente, anche solo un cane rabbioso. Tu, incosciente, che fai? — E stavolta l’arma l’aveva tratta dal fodero per forzare la cassa delle O.T.O., ma io riuscii a distoglierlo:
— Dai, Carlo, vieni fuori, che si chiacchiera un po’ lì al sole.
— Incosciente, — mi disse. — Non ci hai mai pensato, quanto farebbero comodo un paio di bombe a mano? — Ma mi seguì fuori della masseria, e si mise seduto per terra, le spalle al muro, la faccia alzata a ricevere il sole. Non diceva più niente. Passò a volo un colombo e lui lo seguì appena con lo sguardo. Levò di tasca una manciata di fichi secchi, me ne offerse uno, cominciò a masticare, alzò ancora gli occhi, seguì il volo di un altro colombo. Io provai a dirgli qualcosa ma non rispondeva, era sempre arrabbiato con me per quell’affare delle bombe a mano. Mi giudicava un incosciente, come al solito, incapace di profittare di questa fortuna, capoposto alla polveriera con tante belle casse piene di O.T.O. a nostra disposizione. Continuava a guardare per aria, poi a un tratto si alzò e fece il giro della masseria. Io non mi mossi.
— Da quella parte ci sarebbe un rampicante, — mi disse tornando, e stavolta mi parve meno arrabbiato.
— Un rampicante? — feci io che cadevo dalle nuvole.
— Sì, da quella parte si salirebbe bene.
— Ma dove vuoi salire?
— Sul tetto. Hai visto i colombi? Vanno tutti là sopra. Ci deve essere il nido, là sopra.
Io continuavo a non capire e non dissi nulla. Carlo forse se ne accorse e continuò: — Vieni, andiamo sul tetto. Si va a prendere i colombi. Dai, levati le giberne.
— Ma come faccio? Se mi arriva l’ispezione? Sono capoposto, lo sai.
— Nomina subito un vice capoposto. Mettici Carmassi. Dai, levati le giberne.
La masseria era un edificio rustico a un solo piano, col tetto a terrazza, i comignoli, ma di colombi nessuna traccia. Stavamo per ridiscendere, quando Carlo vide un’ape: usciva a volo da una fessura del muro. Andò a guardare da vicino. Dietro la fessura ci doveva essere un alveare, perché battendo con le nocche suonava come se fosse vuoto.
— Guarda, — fece subito Carlo. — Scendi giù e chiama anche Pasqualetti. Portate una coperta.
Ormai comandava lui, io già scavalcavo il muretto aggrappandomi al rampicante.
— Hai sigarette? — mi gridò dietro Carlo.
— Sono rimaste nelle giberne, — risposi. Allora prendile.
Pasqualetti era fortissimo, ma pesava un quintale e durò fatica a venire su per il rampicante, che minacciò di svellersi, di scosciarsi. Io portavo la coperta in spalla, e avevo in tasca mezzo pacchetto di Milit.
— Accendi, — disse Carlo. — Danne una anche a me e accendimela. Pasqualetti, forza, fuma.
Passai in giro il pacchetto, e tutti accesero. — Non la respirate, — raccomandò Carlo. — Il fumo buttatelo dalla bocca intero. Così.
Si era accostato al muro, mise la bocca alla fessura e ci soffiò dentro il fumo. Ora cominciavo a capire, e a turno ognuno espulse la sua boccata là dentro.
— Saranno cotte? — chiese Pasqualetti.
— Ancora no. Dai, fuma e soffia.
Quando a Carlo parve tempo smettemmo le fumigazioni. Una lastra di pietra, mascherata dall’intonaco, chiudeva l’imbocco del rustico alveare. Carlo scalzò in giro con la punta della baionetta, poi fece leva, e finalmente comparve il favo.
— A me la coperta, — comandò Carlo. Se la mise in testa, la drappeggiò intorno al viso, come fanno le contadine da quelle parti, in modo da lasciare scoperti appena appena gli occhi e il naso adunco. Pareva l& Befana. Anche le mani teneva sotto la coperta, impugnando un pezzo di legno a uncino e facendo forza sul favo per staccarlo. Non fu semplice, ma alla fine crollò a terra. Qualche ape tentò di levarsi a volo per assalirci, ma ormai rintontita dal fumo ricadde pesante.
— Ora ci vorrebbe la centrifuga, — dissi io, ma non aggiunsi altro perché Carlo mi guardava male. Ricorremmo invece al sistema dello strizzamento. Dai minuscoli esagoni di cera gocciolava miele purissimo, misto a qualche pungiglione, a qualche zampetta d’ape, e ne raccogliemmo una gavetta intera. Poi, di sotto, ci fu la spartizione, un terzo a testa. Carlo se lo mangiò subito, socchiudendo gli occhi dal piacere. — Devono aver mangiato fiori d’arancio, — disse.

Parte seconda di Natale con il Miele

febbraio 2nd, 2012

Continuano i racconti di Natale, con la seconda parte di “Natale con il Miele”, ambientato alla fine della seconda guerra mondiale.

A parte questo provvidenziale commercio dei fichi secchi, molto scarsi erano i nostri rapporti con la popolazione locale. Intanto le donne nubili, per tradizione, non frequentano militari di truppa, se questi fanno parte di un esercito già sconfitto o presumibilmente destinato alla disfatta. La tradizione vuole che siano i militari dell’esercito vincente a spartirsi, col resto del bottino, anche i favori femminili, ciò che rientra difilato nella ferrea logica di tutte le società storiche, con le loro guerre. E le giovani donne del luogo avevano, fra tanti eserciti presenti sulla piazza, intuito infallibilmente quale fosse il vincitore vero: l’americano. E pensare che certi storici di professione per capirlo ci hanno messo vent’anni.
Con la popolazione maschile c’era l’impaccio della lingua. Pochi fra noi i meridionali, pochissimi i pugliesi, se i toscani riuscivano a fatica a farsi intendere, figuriamoci dunque come non se la cavavano gli istriani, per esempio il Pecorari maestro di scuola a Gorizia, che non ho mai più visto ma che sicuramente non doveva chiamarsi neanche Pecorari. Doveva essere, il suo nome, la traduzione italiana di chissà quale parola slava, ed egli stesso, quando parlava la nostra lingua, faceva nascere il dubbio che stesse a sua volta faticosamente traducendo dal croato. — E passato un motore quattro, — mi disse una mattina appena svegli, indicandomi una Fortezza Volante. Un giorno gli ingiunsi di andare alla fontana con le borracce di tutto il plotone (armi d’accompagnamento). — Ma quante volte, —mi rispose lui, — ero io all’acqua che non eri tu. — Intendeva dire che a fare acqua lui c’era già stato troppe più volte di me, e che stavolta era il turno mio.
Stranamente, le cose andavano meglio con il clero e con le sue istituzioni locali. Frequentammo, per esempio, la chiesa madre, un grosso edificio sacro con cupola di maiolica azzurra, intitolato a un santo mai sentito prima, San Barsanofio. Monsignore consentì che in sagrestia si organizzassero dibattiti filosofici, e infatti ricordo che discutemmo stancamente sull’ultimo libretto del senatore B. Croce, dove l’insigne uomo dimostrava che tutti siamo cristiani, ma resta da vedere il come e il perché. Bisogna aggiungere, per amore della verità, che questo dibattito coincise con un guasto all’impianto elettrico giù alle nostre baracche, e che alcuni di noi, con Carlo alla testa, prima di lasciare la chiesa sostarono in atteggiamento devoto dinanzi all’altare maggiore, e a sera, rincasando, trassero da sotto i pastrani ceri e candele di ogni grandezza. Il più grosso cero, tutto adorno di fiorellini, era, malauguratamente, di legno: eppure bastarono per una settimana, e la compagnia 5’ addormentava ogni notte dopo aver ringraziato a gran voce quel santo raro e provvidente.
Frequentavamo anche l’orfanotrofio del Beato Annibale Maria Di Francia, che fra tante altre cose belle aveva un suo teatrino dove dettero spettacoli a beneficio di orfani e di militari (un poco orfani anch’essi). Del resto contribuimmo anche noi: due allievi di nome Cecè e Franco si scoprirono un vero talento di attori comici, e seppero arricchire dei loro lazzi non sempre castigati lo spettacolo dei bambini, che da solo sarebbe stato edificante, certo, ma anche un poco uggioso.
Ci furono rapporti coi villani della campagna circostante, ma sempre piuttosto tesi. Alla barriera della lingua si sommava quella della classe sociale, rivelandoci in concreto i primi aspetti della questione meridionale. Gli allievi ufficiali, quasi tutti studenti, cittadini, e di origine piccolo borghese, avevano scarso il senso della terra, non capivano come e quando va fatta la vendemmia, o la raccolta delle mandorle, delle melagrane, dei fichi, non avevano la minima idea di come si debba ripartire il raccolto, e i contadini, tutto sommato con ragione, dapprima protestarono, quindi passarono alle vie di fatto, sciolsero i cani, cintarono di filo spinato i giardini, e finalmente si organizzarono in turni di guardia armata, e un bel giorno rimandarono uno di noi a casa tutto impallinato.
Anche perché il nostro comando aveva requisito alcune masserie dei dintorni, trasformandole poi in polveriere. Non so ancora per quale motivo, ogni compagnia doveva avere la sua polveriera privata, e in tutto erano perciò quindici polveriere, ciascuna col suo picchetto di guardia, sei uomini armati e un capoposto, a vigilare sopra qualche cassetta di cartucce e di bombe a mano, non più di mezz’ora di fuoco, a scialare. Ora, il caso volle che proprio il giorno del mio ventunesimo compleanno, io mi ritrovassi comandato a fare il capoposto alla polveriera della III compagnia, sita in località masseria Campanella, avendo ai miei ordini i seguenti caporal maggiori-allievi: Tarabochia Alfonso, Pasqualetti Foscolo, Conrado Domenico, Del Carratore Valeriano, Carmassi Licio e Mucciarelli Antonio.
Ecco fatto: entravo nella maggiore età, caporal maggiore io stesso dell’esercito pugliese, piccolo ma già cobelligerante con le più gigantesche armate del mondo, futuro cittadino di uno stato democratico. E forse anche repubblicano, se dopo la liberazione di Roma sballava quella storia della luogotenenza voluta soprattutto dal senatore B. Croce, preoccupato che l’Italia ritornasse come era stata ai tempi di G. Giolitti. Forse uno stato democratico-repubblicano e basta, a sentire il dott. Cifarelli, su a Bari, forse addirittura democratico-repubblicano-popolare, se si voleva dar retta a Velio Spano e a quell’altro, Ercole Ercoli annunciato già in arrivo dalla Crimea, il quale avrebbe portato, dicevano, tante belle novità anche per noi soldati, insieme alla rivelazione del suo nome vero, perché è impossibile, a lume di naso, che uno si chiami proprio Ercole Ercoli. Cittadino maggiorenne di questo stato, io avevo già diritto al voto, anche se per adesso nessuno parlava di elezioni, e col mio voto avrei deciso se farlo essere repubblicano, e magari popolar-democratico. Quel voto mio contava quanto il voto del senatore B. Croce, del dott. M. Cifarelli, e persino di Ercole Ercoli. Era, il mio privato ventunesimo natale, una solennità irripetibile, che forse bisognava celebrare in qualche modo.

Prima parte di Natale con il Miele

febbraio 2nd, 2012

Per la nostra serie di racconti di Natale, iniziamo a proporvi “Natale con il Miele” di Luciano Bianciardi, uno scrittore e giornalista attivo soprattutto nel secondo dopoguerra.

Un giorno, inquadrati per tre e con le scarpe lucide, come se fosse un normale servizio, un a corvèe, ci portarono in visita al castello di Oria. E forse le intenzioni del comando erano buone, culturali, darci qualche utile nozione di storia e di architettura locale, ma a noi parve un dispetto, uno spregio. Specialmente se ripenso al maggiordomo che ci fece da guida. Tanto per cominciare era — ce lo disse subito — di Montecatini Val di Nievole, e uno di quelle parti lo puoi immaginare solo alle Terme Tettuccio, oppure a Milano a vendere castagnacci, non di certo a fare il maggiordomo d’una contessa pugliese. Era piccolo e tondo, sui cinquanta, i capelli pettinati a riporto per coprire la calvizie, e prima di buttar fuori le parole le succhiava come se fossero caramelle.
— La signora contessa, — esordì questo maggiordomo di Montecatini, — potrebbe fare ogni giorno il bagno nell’olio. O anche nel vino, se le saltasse il ghiribizzo. — Ci indicava con la manina paffuta, dall’alto di un bastione, gli ondulamenti della campagna fin giù a Manduria, tutta coltivata a vini, ulivi, mandorli e fichi. — Potrebbe fare il bagno nell’olio, come lo faceva la sua antenata la contessa Matilde, secoli addietro, per motivi di salute. Aveva tanto sofferto, la signora contessa Matilde, e nella sofferenza le pareva di vedere il suo cuore fumare. Perciò da allora il paese, in certe ore del giorno, fuma.
Adesso ci indicava le case di Oria, abbarbicate su un cocuzzolo ai piedi del castello, e giù in fondo, effettivamente, si vedeva una caligine levarsi dal terreno più basso. Laggiù erano le nostre baracche di legno, una ventina, con dietro le fosse delle latrine da campo: il fumo veniva proprio da lì, notammo tutti con rabbia. Per latrina da campo si deve intendere una fossa stretta e lunga, attraversata da un asse, su cui si mettono appollaiati i bisognosi. A scopo di decenza, una stuoia di canniccio circondava ciascuna fossa che, una volta colma, veniva coperta da un triplice strato di calce viva, terriccio e paglia.
Era il tardo autunno del 1943: il regno di Puglia aveva firmato l’armistizio con gli Stati Uniti d’America, con la Gran Bretagna e con l’Unione Sovietica. Il re di Puglia, Vittorio Emanuele III, aveva promesso di abdicare a favore del figlio suo principe Umberto, anche per le autorevoli insistenze del senatore B. Croce. E Umberto venne a trovarci, alto ed elegante, coi calzoni di gabardina grigioverde tagliati secondo una moda detta alla principe Umberto. Fu molto cortese, ed ebbe per tutti noi una buona parola.
Dopo tutto, eravamo noi il suo esercito: tre battaglioni di allievi ufficiali rimasti miracolosamente intatti dopo lo scappa scappa dell’8 settembre, più qualche reparto minore e male in arnese. I nostri tre battaglioni s’erano riuniti a formare, appunto nella città di Oria (Brindisi), il cosiddetto raggruppamento Curtatone e Montanara. Gli allievi ufficiali, nell’esercito italiano, sono tutti studenti, per lo più maestri, ragionieri, futuri contabili oppure insegnanti. Per prima cosa il nostro capitano, uomo di lettere, scrisse e fece musicare l’inno del reparto: Curtatone fatidico nome, giovinezza facesti onorata, or ritorna a donare l’onore ai vent’anni poema d’ardor.
La speranza del governo brindisino era che da sconfitti ci promuovessero alleati, o per lo meno, come poi fu, cobelligeranti, ma noi, privatamente, ci sentivamo abbastanza sconfitti. Ho perso la guerra, mi diceva tutti i giorni Marcello, e io lo consolavo spiegandogli che in fondo non era stata tutta colpa sua, l’avevamo persa in tanti, questa guerra. Ora ci tenevano appunto in quelle baracche coi fumi alle spalle. Dentro, la paglia era ancora quella del Casentino, dov’era cominciato il corso, del Casentino erano le coperte, le divise, le armi. Il freddo e i pidocchi invece erano pugliesi, due avversità che non si possono mai combattere contemporaneamente. Finché fa freddo, i pidocchi se ne stanno buoni nelle costure della camicia o dei pantaloni, ma se tu riesci a fare un po’ di caldo, quelli si svegliano, entrano in circolazione e non si campa più. Noi cercammo di resistere collettivamente: a sera, dopo il silenzio (ormai nessun sergente osava più venirsene a fare il contrappello) dentro la baracca si accendeva un fuoco di tavole schiodate e scheggiate, dentro un blocco di tufo scavato con la baionetta, e poi tutti lì intorno, a bivacco, ci si toglievano camicia e pantaloni e cominciava la caccia, conversando intanto come se quello fosse un salotto, oppure cantando strofettacce dialettali, accompagnati dalla fisarmonica che suonava un certo Fabietti di Trieste.
La situazione alimentare era pessima. Vuoti i magazzini viveri, finita anche la scorta di gallette e di carne in scatola, dovevamo contare sugli aiuti americani, nostri cobelligeranti, o su qualche magro acquisto presso gli indigeni. Combinandosi le due fonti, ne uscivano pasti inauditi: lenticchie col tonchio e biscotti vitaminizzati, gelatina di ribes e peperonata piccante, caffè senza caffeina, buono per asfaltare le strade, e la domenica razioni K, che per noi erano una festa. Coi pochi soldi della deca compravamo un chilo di fichi secchi, tipo famiglia, cioè la qualità più scadente, che a Oria vendevano praticamente tutti. Li tenevano ammucchiati sul pavimento, sotto il letto matrimoniale, e ce li pesavano su certe bilance fatte con uno stecco, due funicelle e due canestri: sul primo mettevano i fichi, sull’altro un pezzo di tufo più o meno grosso secondo il peso: un chilo, mezzo chilo, un quarto e un quinto.
Erano queste le misure note, a quei tempi, in quelle terre: tre etti di fichi secchi, nella lingua locale, corrispondevano a nu quintu e nu mienzo quintu. Dell’acquisto s’incaricava sempre Carlo, meridionale di origine e difficile da imbrogliare. Un chilo in tre, dentro la bustina di Carlo, che poi al cinema si metteva seduto nel mezzo, e Dodi e io pescavamo, ben attenti a non sgarrare nel conto dei fichi. Sullo schermo davano Il sergente York, in edizione originale, oppure Remember the Day, o anche The more the merrier (sul sovraffollamento a Washington durante la guerra). L’attrice più ammirata era una nuova, di nome Rita Hayworth, e il biglietto pei militari costava una lira. Finiti i fichi, Carlo sfilava dal bavero del cappotto uno spillo e si stuzzicava i denti. Poi lo passava a noi, per la stessa funzione, lo ripuliva e lo rimetteva al posto. I fichi secchi di Oria ci hanno salvati dalla fame. Non ci hanno salvati dalla colite e dalla carie.

Finale di “Markheim” per i racconti di Natale

febbraio 1st, 2012

Eccoci giunti al termine di “Markheim”, uno dei più strani racconti di Natale.

Ma il visitatore alzò un dito. — Per trentasei anni che siete rimasto a questo mondo — disse — attraverso molti mutamenti di fortuna e varietà d’umori, vi ho osservato e vi ho veduto cadere sempre più in basso. Quindici anni or sono, vi avrebbe fatto spavento un furto. Tre anni fa, sareste impallidito, sentendo parlare d’assassinio. C’è un delitto, c’è una crudeltà o una viltà davanti alla quale possiate ancora indietreggiare? Tra cinque anni, vi scoprirò sul fatto! Sempre più giù, sempre più giù dovete andare; e soltanto la morte vi potrà fermare.
— E’ vero — disse Markheim con voce rauca — fino a un certo segno ho accettato il male. Ma così fan tutti: gli stessi santi, nel vivere, diventano meno difficili, e accettano il tono di quello che li circonda.
— Vi farò una semplice domanda — disse l’altro — e dalla vostra risposta trarrò il vostro oroscopo morale. Siete diventato più immorale in molte cose; forse avete fatto bene; e, a ogni modo, è quello che accade a tutti gli uomini. Ma, concesso questo, siete in un solo particolare, per quanto minuscolo, più severo nell’accettare la vostra condotta, o agite in tutte le cose con rilassatezza anche maggiore?
— In nessun particolare? — ripeté Markheim pensoso e pieno d’angoscia. — No — aggiunse, disperato — in nessuno! Sono sceso più in basso in ogni cosa.
— Allora — disse il visitatore — accontentatevi di essere quello che siete, perché non cambierete mai; e le parole della vostra parte su questa scena sono irrevocabilmente scritte.
Markheim rimase a lungo silenzioso; e invero fu il visitatore a romper primo il silenzio. – Poi che così stanno le cose – disse – debbo mostrarvi dov’è il danaro?
— E la grazia? — esclamò Markheim – e vedo chiaramente quello che mi rimane da fare, quello che è il mio dovere. Vi ringrazio dal profondo dell’anima mia per questa lezione; ho gli occhi aperti, ora, e mi vedo finalmente come sono.
In questo momento, l’acuto suono del campanello si udì per tutta la casa; e il visitatore, come se quello fosse un segnale predisposto, che avesse aspettato, mutò subito il contegno.
— La domestica! — esclamò. — E’ ritornata, come v’avevo avvertito; ed ora vi trovate davanti a un altro difficile passo. Il suo padrone, dovete dirle, è malato; dovete farla entrare, con viso sicuro, ma piuttosto serio: niente sorrisi, niente esagerazioni, e vi prometto il successo! Quando la ragazza sarà entrata, la stessa abilità che v’ha liberato del mercante vi solleverà di quest’ultimo pericolo che è sul vostro cammino. Poi avrete tutta la sera, tutta la notte, se sarà necessario, per saccheggiare i tesori di questa casa e per mettervi in salvo. Questo, che viene a voi, con la maschera del pericolo, è un aiuto. Su! — gridò — su, amico; la vostra vita trema sulla bilancia: su, e agite!
Markheim guardò fisso il suo consigliere. — Se son condannato ad azioni malvagie — disse — c’è ancora una porta che s’apre per me verso la liberazione: posso astenermi dall’agire. Se la mia vita è una cosa cattiva, la posso abbandonare. Sebbene io sia, come dite giustamente, pronto al cenno delle più piccole tentazioni, posso ancora, con un gesto decisivo, mettermi in salvo, dove nessuna mi potrà raggiungere. Il mio amore del bene è destinato a essere sterile; può essere, e così sia! Ma mi rimane ancora il mio odio per il male; e da questo, con vostro acerbo disappunto, vedrete che saprò trarre tanto l’energia che il coraggio.
Il volto del visitatore cominciò a mutare, in modo meraviglioso e stupendo; si illuminò e raddolcì di tenero trionfo; e, mentre s’illuminava, svaniva e si dileguava. Ma Markheim non si fermò a osservare o a comprendere la trasformazione. Aperse la porta, e scese assai lentamente, pensando tra sé. Il suo passato gli sfilò lentamente davanti agli occhi; lo vide com’era, brutto e audace come un sogno, senza scopo, come un casuale miscuglio di fatti: una scena di disfatta. La vita, come così la rivide, non lo tentava più; ma dall’altra parte scorgeva un porto di quiete per la sua nave. Si fermò nel corridoio, e guardò nel negozio, dove la candela era ancora accesa, presso il morto. C’era uno strano silenzio. Ricordi del mercante sciamarono nella sua mente, mentre guardava. E di nuovo il campanello ruppe in impaziente clamore.
Andò incontro alla domestica, sulla soglia, con qualche cosa di simile a un sorriso.
— E’ meglio che chiamiate la polizia — disse. — Ho ucciso il vostro padrone.

Settima parte di Markheim

febbraio 1st, 2012

Ci dirigiamo verso la fine di questo singolare racconto di Natale di R. L. Stevenson, “Markheim”

— Non dico questo — rispose l’altro — ma guardo queste cose da un diverso punto di vista, e quando la vita è terminata, il mio interesse cade. L’uomo è vissuto per servirmi, per spargere nere occhiate fingendo religione, o per seminare il loglio nel campo di grano, come voi, nel cedere per debolezza ai desideri. Ora che si avvicina tanto alla liberazione, non può aggiungere che un atto servile: pentirsi, morire sorridendo, e così far nascere, in fiducia e speranza, il più timoroso dei seguaci che gli sopravviveranno. Non sono un così duro padrone. Provatemi. Accettate il mio aiuto. Godetevi la vita come avete fatto sinora; godetela più ampiamente, allargate i gomiti sulla tavola; e quando la notte comincia a cadere e le cortine son tirate, vi dico, per vostro maggior conforto che troverete ancor più facile comporre il vostro dissidio con la coscienza, e fare una umile pace con Dio. Vengo proprio adesso da un letto di morte come questo e la stanza era piena di gente che piangeva sincera, che ascoltava le ultime parole dell’uomo; e quando guardai quel volto, che era stato duro come pietra alla misericordia, lo vidi sorridere di speranza.
— E voi, allora, credete che io sia una creatura come quella? — domandò Markheim. — Credete ch’io non abbia aspirazione più generosa che il peccato, e il peccato, e il peccato, per poi, alla fine, entrare di furto in cielo? Il mio cuore si ribella a questo pensiero. E questa, dunque, la vostra esperienza degli uomini? o è perché mi trovate con le mani rosse di sangue che pensate a tanta viltà? ed è questo delitto, l’assassinio, tanto empio da inaridire le stesse sorgenti del bene?
— Per me l’assassinio non è una categoria speciale — rispose l’altro. — Tutti i peccati sono assassinio, così come ogni vita è guerra. Io vedo la vostra specie, come marinai languenti su d’una zattera, strappare il tozzo di pane dalle mani dell’affamato e nutrirsi delle vite degli altri. Io seguo i peccati oltre il momento nel quale sono commessi’ e trovo che in tutti la estrema conseguenza è la morte; e ai miei occhi la fanciulla graziosa che contrasta con la madre con grazia tanto attraente per una questione che riguarda un ballo, non gocciola meno visibilmente di sangue umano d’un assassino come voi. Dico che seguo i peccati? Seguo anche le virtù; non differiscono della grossezza di un’unghia, sono, gli uni e le altre, falci per l’angelo della Morte che miete. Il male, per il quale io vivo, non consiste nell’azione, ma nel carattere. L’uomo cattivo mi è caro; non l’azione cattiva, i cui frutti, se li potessimo seguire lontano, giù per la rapida cateratta del tempo, potrebbero parerci più santi di quelli delle più rare virtù. E non è perché avete ucciso un mercante, ma perché siete Markheim che vi offro di aiutarvi a fuggire.
— Vi aprirò il mio cuore — rispose Markheim. — Questo delitto al quale mi trovate sarà l’ultimo ch’io commetterò. Nel giungere ad esso ho imparato molte cose; ed è in sé una lezione, una lezione importante. Finora, sono stato indotto, benché mi rivoltassi, a fare quello che non volevo; ero lo schiavo della povertà, sua preda, ch’essa flagellava. Vi sono virtù robuste, che sanno sopportare queste tentazioni, ma la mia non era così fatta: ero assetato di piacere. Ma oggi, e da questo misfatto, colgo allo stesso tempo un avvertimento e la ricchezza; il potere, e al tempo stesso la nuova decisione di essere me stesso. Divengo, in tutto, libero d’agire nel mondo; comincio a vedermi del tutto mutato: queste mani, fatte per operare il bene, questo cuore in pace. Qualche cosa ritorna a me dal passato; qualche cosa di quello che sognai nelle sere festive al suono dell’organo, in chiesa, di quello che progettai nel versare le mie lacrime su nobili libri, o nel parlare, bimbo innocente, con mia madre. Quella sarà la mia vita; ho errato per pochi anni, ma ora vedo ancora una volta la città del mio destino.
— Speculerete in Borsa con questo danaro, mi pare? —osservò il visitatore — e, se non mi sbaglio, ci avete già perduto parecchie migliaia di sterline?
— Ah — disse Markheim — ma questa volta ho una cosa sicura.
— Anche questa volta perderete — rispose il visitatore tranquillamente.
— Ah, ma terrò da parte metà del danaro! — esclamò Markheim.
— Perderete anche quella — disse l’altro.
La fronte di Markheim si coperse di sudore. — Ebbene, che importa? — esclamò. — Mettiamo che lo perda, mettiamo che ripiombi ancora nella povertà: dovrà per questo una parte di me, la peggiore, continuare a vincere sulla migliore? Il male e il bene scorrono potenti in me, trascinandomi dall’una e dall’altra parte. Non amo una cosa; io amo tutte le cose. So pensare a grandi azioni, a rinunce, a martiri; e sebbene io sia caduto in un delitto quale è l’assassinio, la pietà non è estranea ai miei pensieri. Ho pietà dei poveri; chi conosce le loro prove meglio di me? Ho pietà di loro, e li aiuto; so quello che vale l’amore, amo l’onesto riso; non c’è cosa buona e fedele sulla terra ch’io non ami con tutto il cuore. E debbono soltanto i miei vizi guidare la mia vita, e deve la mia virtù rimanere senza effetto, come un passivo ingombro della mente? No, non dev’essere così; anche il bene è fonte di azioni.

Appuntamento alla parte finale di “Markheim” sempre per la serie di racconti di Natale.

Sesta parte di Markheim per i nostri racconti di Natale

febbraio 1st, 2012

Sesta parte di “Markheim” un racconto di Natale di tipo mistico o ultraterreno.

La paura stringeva Markheim in una morsa. Che cosa dovesse aspettarsi, non sapeva; se il morto che camminasse, o i ministri ufficiali dell’umana giustizia, o un testimone casuale che capitasse là alla cieca per mandarlo al patibolo. Ma quando un viso passò nell’apertura, diede un’occhiata alla stanza, lo guardò, fece cenno col capo e sorrise come riconoscendolo amichevolmente e poi si ritirò, e la porta si chiuse dietro ad esso, la sua paura ruppe, perduto il controllo, in un grido rauco. Al rumore, l’ignoto ritornò.
— M’avete chiamato? — domandò allegramente, ed entrò nella stanza e chiuse la porta dietro di sé.
Markheim rimase fermo e lo guardò con tanto d’occhi. Forse c’era un velo davanti alla sua vista, ma le fattezze del nuovo venuto parevano mutare e ondeggiare come quelle degli idoli nella luce ondeggiante della candela, nel negozio; e a volte gli pareva di conoscerlo; e a volte gli pareva che gli somigliasse; e sempre, come un grumo di terrore vivente, era nel suo petto la convinzione che questa cosa non era della terra e non era di Dio.
Eppure quella creatura aveva una strana aria comune, mentre guardava Markheim con un sorriso; e quando soggiunse: — Cercate il danaro, mi pare? — fu col tono della cortesia di ogni giorno.
Markheim non rispose.
— Dovrei avvertirvi — rispose l’altro — che la domestica ha lasciato il suo innamorato più presto del solito, e che sarà presto qui. Se Mr Markheìm sarà trovato in questa casa, non occorre gli descriva le conseguenze.
— Mi conoscete? — esclamò l’assassino.
Il visitatore sorrise. — Da gran tempo siete un mio favorito — disse — e vi ho a lungo osservato e spesso ho cercato di aiutarvi.
— Chi siete? — esclamò Markheim — il diavolo?
— Quello che posso essere, non può avere influenza sul servigio che mi propongo di rendervi.
— Certo che può averne — esclamò Markheim — ne ha essere aiutato da voi? No, mai; non da voi! Non mi conoscete ancora; grazie a Dio, non mi conoscete ancora!
— Vi conosco — rispose il visitatore, con una specie di cortese severità, o meglio di fermezza. — Vi conosco fino in fondo all’anima.
— Mi conoscete! — esclamò Markheim. — Chi può conoscermi? La mia vita non è altro che un travestimento e una calunnia di me stesso. Ho vissuto per tradire la mia natura. Così fanno tutti gli uomini; tutti gli uomini sono migliori di questo travestimento che cresce loro intorno e li soffoca. Li vedete tutti quanti trascinati via dalla vita, come uno che i bravi abbiano preso e avviluppato in un mantello. Se avessero il controllo di sé; se poteste vedere le loro facce, sarebbero del tutto diversi, risplenderebbero come eroi e come santi! Io sono peggiore dei più; il mio io è più gravato; la mia scusa è nota a me e a Dio. Ma, se ne avessi il tempo, mi potrei svelare.
— A me? — chiese il visitatore.
— A voi prima che a tutti — rispose l’assassino. — Credevo che foste intelligente. Credevo – poi che esistete – che vi sareste mostrato capace di leggere nei cuori. Eppure vorreste giudicarmi dalle azioni! Pensateci; le mie azioni! Sono nato e ho vissuto in un paese di giganti; i giganti m’hanno trascinato per i polsi prima che io nascessi dal grembo di mia madre: giganti del caso. E voi vorreste giudicarmi dalle mie azioni! Ma non potete guardarmi dentro? Non potete vedere che odio il male? Non potete vedere dentro di me la chiara scritta della coscienza, non mai cancellata da ostinati sofismi, sebbene troppo spesso dimenticata? Non potete legger me come un essere che sicuramente è comune quanto l’umanità: un peccatore involontario?
— Tutto questo è espresso con molto sentimento — fu la risposta — ma non mi riguarda. Queste questioni di coerenza non sono affar mio, e non mi curo per nulla della costrizione che può avervi trascinato, così come potrebbe avervi portato nella giusta direzione. Ma il tempo vola; la domestica si trattiene a guardare i visi nella folla e i cartelloni alle staccionate, ma pure continua ad avvicinarsi; e ricordate, è come se lo stesso patibolo movesse a gran passi verso di voi per le strade natalizie! Debbo aiutarvi, io, che so tutto? Debbo dirvi dove troverete il danaro?
— A qual prezzo? — domandò Markheim.
— V’offro il mio servigio come dono di Natale — rispose l’altro.
Markheim non poté trattenersi dal sorridere con una specie d’amaro trionfo. — No — disse — non prenderò nulla dalle vostre mani; e se morissi di sete, e fosse la vostra mano a porgere l’acqua alle mie labbra, troverei il coraggio di rifiutare. Posso essere credulo, ma non farò nulla per affidarmi al male.
— Non faccio obiezioni al pentimento sul letto di morte —osservò il visitatore.
— Perché non credete nella sua efficacia! — esclamò Markheim.

Parte quinta di Markheim

febbraio 1st, 2012

Quinta parte di “Markheim” per i racconti di Natale.

La debole, nebbiosa luce del giorno illuminò opaca il nudo pavimento e i gradini; la lucente armatura ritta, con l’alabarda in mano, sul pianerottolo; e le nere sculture dei mobili e i quadri incorniciati che pendevano sui gialli pannelli di legno che ricoprivano le pareti. Tanto forte era il battere della pioggia per tutta la casa che, per le orecchie di Markheim, cominciò a poter essere distinto in molti suoni diversi. Passi e sospiri, il calpestio d’un reggimento in marcia, lontano, il tintinnio di monete contate, e lo scricchiolio di porte socchiuse furtivamente parevano unirsi al picchiettio delle gocce sulla cupola e al violento scorrere dell’acqua nelle grondaie. Il senso di non essere solo crebbe in lui, fino a portarlo alle soglie della pazzia. Da ogni parte era perseguitato e stretto da qualche presenza. Le sentì muovere nelle stanze di sopra; nel negozio, sentì il morto alzarsi in piedi; e, mentre cominciava, con un grande sforzo, a salire gli scalini, passi fuggivano tranquilli davanti a lui e lo seguivano furtivi. Se fosse stato sorpreso, pensò, come sarebbe stato tranquillo padrone della sua anima! E poi, ancora, e in ascolto con sempre nuova attenzione, fu lieto di quel suo senso senza riposo, che era come un avamposto ed era fedele sentinella della sua vita. Girava di continuo la testa sul collo; i suoi occhi che parevano uscire dalle orbite, scrutavano da ogni parte, e da ogni parte erano a metà ricompensati dalla visione di una cosa senza nome, che svaniva. I ventiquattro scalini che portavano al primo piano furono ventiquattro agonie.
In quel primo piano le porte erano socchiuse, tre come tre imboscate, che gli scossero i nervi come bocche di cannone. Non si sarebbe mai più sentito, lo sapeva, abbastanza chiuso da mura e fortificato contro gli occhi vigili degli uomini; desiderava d’essere a casa sua, cinto dalle pareti, sepolto sotto le coperte del letto, e invisibile a tutti fuor che a Dio. E a questo pensiero si meravigliò un poco, ricordando quello che aveva sentito raccontare d’altri assassini e della paura che si diceva avessero dei vendicatori celesti. Non era così, almeno per lui. Temeva le leggi della natura; temeva che, nel loro procedere insensibile e immutabile, conservassero una testimonianza terribile del suo delitto. Temeva dieci volte di più, con un terrore abietto, superstizioso, una scissione nella continuità dell’esperienza umana, un’intenzionale illegalità della natura. Giocava un gioco d’abilità, contando sulle regole, calcolando le conseguenze dalle cause; e se la natura, come il tiranno vinto buttò all’aria la scacchiera, avesse rotto la serie del loro succedersi? Altrettanto era accaduto a Napoleone (così dicevano gli scrittori) quando l’inverno aveva mutato il tempo del suo apparire. Lo stesso poteva accadere a Markheim: i solidi muri potevano diventare trasparenti e rivelare i suoi atti come quelli delle api in un alveare di vetro; le solide assi potevan cedere sotto i suoi piedi come sabbie mobili e trattenerlo nella loro stretta; sì, e c erano avvenimenti meno pazzeschi che avrebbero potuto essere la sua rovina: se, per esempio, la casa fosse caduta e lo avesse imprigionato vicino al corpo della sua vittima; o se la casa vicina fosse andata a fuoco, e i vigili lo avessero circondato da tutte le parti. Queste cose temeva; e, in un certo senso, queste cose potevano esser chiamate la mano di Dio tesa contro il peccato. Ma in quanto a Dio stesso era tranquillo; l’atto che aveva commesso era senza dubbio eccezionale, ma lo erano anche le scuse che aveva, e Dio lo sapeva; era là, e non tra gli uomini, che era certo di trovare giustizia.
Quando si trovò al sicuro nel salotto, ed ebbe chiusa la porta dietro di sé, s’accorse di una tregua negli allarmi. La stanza era affatto ignuda, e senza tappeti, per di più, e sparsa di casse da imballaggio e di mobili stranamente assortiti; parecchie grandi specchiere, nelle quali si vide, sotto angoli diversi, come un attore sulla scena; molti quadri, con la cornice e senza, a terra, rivolti verso il muro; una bella credenza di Sheraton, un mobiletto intarsiato, e un gran letto antico, con le cortine di damasco. Le finestre s’aprivano fino a terra; ma per buona fortuna la parte bassa delle imposte era chiusa e questo lo nascondeva ai vicini. Allora, Markheim portò una cassa da imballaggio vicino al mobiletto, e cominciò a cercare tra le chiavi. Era affar lungo, perché ce n’erano molte; ed era fastidioso, per di più; perché, dopo tutto, poteva non esserci niente nel mobiletto, e il tempo volava. Ma quel dover stare attento alla sua occupazione lo calmò. Con la coda dell’occhio vedeva la porta; e anche ci guardava, di tanto in tanto, direttamente, come un capitano assediato si compiace nel verificare il buono stato delle sue difese. Ma in verità, era in pace. La pioggia che cadeva nella strada suonava naturale e piacevole. Poco dopo, dall’altra parte, le note d’un piano furon destate alla musica di un salmo, e le voci di molti bambini attaccarono l’aria e le parole. Com’era solenne, com’era tranquilla la melodia! Com’erano fresche le voci giovanili; Markheim ascoltò sorridendo, mentre sceglieva le chiavi; e nella sua mente s’affollavano idee e immagini conformi; bambini che andavano in chiesa e l’armonia del grande organo; bambini nei campi, che facevano il bagno nel ruscello, che vagavano nella campagna piena di rovi, che facevano volare gli aquiloni nel cielo ventoso sul quale navigavano le nubi; e poi, a un’altra cadenza del salmo, di nuovo in chiesa, e la sonnolenza delle domeniche estive, e l’alta voce del pastore, piena di raffinatezze (sorrise un po’, ricordandola) e le tombe ciacobite dipinte e le oscure lettere dei dieci comandamenti nel coro.
Mentre stava così seduto, a un tempo affaccendato e distratto, trasalì e balzò in piedi. Un baleno di ghiaccio, un baleno di fuoco, un impetuoso correre del sangue, sentì passare in sé; e poi rimase irrigidito e percorso da brividi. Un passo saliva la scala, lento e sicuro, e poco dopo una mano si posò sul pomo della porta, e la serratura scattò e la porta s’aperse.

Quarta parte di Markheim per i racconti di Natale

febbraio 1st, 2012

Parte quttro del racconto di Natale “Markheim” di R. L. Stevenson

A volte, con un grande sforzo, dava un’occhiata alla porta aperta che ancora pareva respingere i suoi occhi. La casa era alta, il lucernario piccolo e sudicio, il giorno era accecato dalla nebbia; e la luce che filtrava a pianterreno era straordinariamente debole, e si mostrava opaca sulla soglia del negozio. Eppure, in quella striscia di dubbia chiarezza, non pendeva, ondeggiante, un’ombra?
A un tratto, nella strada, un signore molto gioviale cominciò a bussare con un bastone sulla porta del negozio, accompagnando i colpi con grida e oltraggi nei quali il mercante era continuamente chiamato per nome. Markheim, fatto di gelo, guardò il morto. Ma no! era là, assolutamente immobile; era volato lontano, dove quei colpi e quelle grida non potevano raggiungere il suo orecchio; era affondato sotto mari di silenzio; e il suo nome, che un tempo egli avrebbe riconosciuto tra il muggire d’una tempesta, era divenuto un suono vuoto. E poco dopo il gioviale signore smise di bussare e se ne andò.
Questo era un chiaro suggerimento ad affrettarsi per quello che restava da fare, ad andarsene da quel luogo accusatore, a tuffarsi in un bagno di folla londinese, e a raggiungere, dall’altra parte della giornata, quel porto di sicurezza e d’apparente innocenza: il suo letto. Era venuto un visitatore; in ogni momento, poteva esser seguito da un altro, che poteva essere più ostinato. Aver compiuto il delitto, e non raccoglierne l’utile, sarebbe stato fallire in modo troppo odioso. Il danaro, quello era lo scopo di Markheim; e, mezzo per ottenerlo, le chiavi.
Volse il capo a guardare la porta aperta, dove l’ombra ancora s’indugiava e tremava; e senz’accorgersi di una ripugnanza della sua mente, ma con un tremore nelle viscere, si avvicinò al corpo della sua vittima. Ogni segno umano se n’era del tutto andato. Come un vestito a metà gonfio di crusca, le membra stavano sparse, il tronco ripiegato, sul pavimento; eppure la cosa lo sospingeva. Per quanto così sbiadito e senza importanza per gli occhi, temeva potesse aver maggiore significato per il tatto. Prese il corpo per le spalle, e lo voltò sul dorso. Era stranamente leggero e pieghevole, e le membra, come fossero rotte, cadevano nelle più strane positure. Il volto era privo d’ogni espressione; ma era pallido come la cera, e orribilmente macchiato di sangue su una tempia. Questa fu la cosa che più spiacque a Markheim. Lo riportò, all’istante a un certo giorno di fiera in un villaggio di pescatori: una giornata grigia, un vento che fischiava, la folla nella strada, il clangore degli ottoni, il rimbombo dei tamburi, la voce nasale d’un cantante di ballate; e un ragazzo che andava su e giù, col capo nascosto tra la folla e diviso tra l’interesse e la paura fino a quando, nell’entrare dove era più grande l’affollarsi della gente, vide un baraccone e una gran tela con pitture orribilmente disegnate, vistosamente colorite: Brownrigg col suo apprendista; i Mannino con l’ospite assassinato; Weare nella stretta mortale di Murtelì; e un’altra ventina di delitti famosi. La cosa era chiara come un’illusione; era di nuovo quel ragazzetto; guardava ancora una volta, e collo stesso senso di ripugnanza fisica, le volgari pitture; era ancora sbalordito dal rimbombo dei tamburi. Una battuta della musica di quel giorno gli tornò in mente; e a quella, per la prima volta, fu su di lui un malore, un senso di nausea, un’improvvisa debolezza delle giunture, contro i quali dovette subito resistere e che dovette vincere.
Gli parve più prudente affrontare che fuggire questi pensieri; guardò più arditamente il volto del morto, e piegò la sua mente a rendersi conto della natura e della grandezza del suo delitto. Tanto poco tempo prima quel viso s’era mosso, mutevole a ogni sentimento, quella pallida bocca aveva parlato, quel corpo era stato tutto un fuoco di obbedienti energie; e ora, e a causa del suo atto, quella cosa viva s’era fermata, come quando l’orologiaio, con un dito, arresta il battito dell’orologio. Così, invano, ragionava; non riusciva ad accrescere il rimorso della sua coscienza; lo stesso cuore che aveva tremato davanti alle scene dipinte di delitto guardava ora la realtà del delitto senza commozione. Tutt’al più, sentiva un barlume di pietà per uno che era stato dotato inutilmente di tutte le facoltà che possono fare del mondo un giardino d’incantesimo, uno che non era mai vissuto e adesso era morto. Ma di pentimento, no, neppure un tremito.
Allora, liberandosi da questi pensieri, trovò le chiavi, e andò verso la porta aperta del negozio. Fuori, s’era messo a piovere dirottamente; e il rumore dell’acquazzone sul tetto aveva bandito il silenzio. Come una gocciolante caverna, quelle stanze eran piene d’un incessante echeggiare, che occupava l’orecchio e s’univa al battito degli orologi. E, mentre Markheim s’avvicinava alla porta, gli parve di udire, in risposta alla cautela del suo passo, i passi d’altri piedi, che si ritirassero sulla scala. L’ombra palpitava ancora, molle, sulla soglia. Gettando un immenso peso risoluto sui suoi muscoli, spinse la porta.

Al prossimo articolo per la continuazione di questo racconto di Natale.

Terza parte di Markheim per i racconti di Natale

febbraio 1st, 2012

Ecco la terza parte di “Markheim” per la nostra serie di racconti di Natale.

Questo pensiero era ancora nella sua mente quando, prima uno e poi l’altro, con tutte le varietà di passo e di voce, uno profondo come la campana della torre di una cattedrale, un altro sonando con le sue note sottili il preludio d’un valzer, gli orologi cominciarono a suonare le tre del pomeriggio.
L’improvviso scoppio di tante voci nella stanza muta lo fece barcollare. Cominciò a darsi attorno, andando su e giù con la candela, assediato dalle mobili ombre e trasalendo in fondo all’anima per una riflessione casuale. In molti ricchi specchi, alcuni di stile inglese, altri di Venezia o d’Amsterdam, vide il suo volto ripetuto e ripetuto, come se fosse un esercito di spie; i suoi stessi occhi lo incontrarono e scoprirono; e il suono dei suoi stessi passi, così leggeri, turbava la quiete circostante. E ancora, mentre continuava a riempirsi le tasche, la sua mente lo accusava, con un ripetere che lo faceva disperare, di mille errori nel suo disegno. Avrebbe dovuto scegliere un’ora più tranquilla; avrebbe dovuto prepararsi un alibi; non avrebbe dovuto usare un coltello; avrebbe dovuto essere più cauto, e avrebbe dovuto soltanto imbavagliare e legare il mercante, e non ucciderlo; avrebbe dovuto essere più ardito, e uccidere anche la domestica; avrebbe dovuto far tutto in altro modo; un pungente rammarico, un incessante lavorio della mente per mutare quello che era immutabile, per progettare quello che adesso era inutile, per essere l’architetto dell’irrevocabile passato. Intanto, e dietro tutta questa attività, brutti terrori, come fughe di topi in una soffitta deserta, riempivano le più remote parti del suo cervello in tumulto; la mano d’un poliziotto pareva gli cadesse greve sulla spalla, e i suoi nervi sussultavano come quelli di un pesce preso all’amo; o vedeva, veloce sfilata, il tribunale, la prigione, la forca e la bara nera.
Il terrore della gente che era per la strada stava davanti alla sua mente come un esercito assediante. Era impossibile, pensava, che qualche rumore della lotta non fosse giunto al loro orecchio e non avesse messo in attenzione la loro curiosità; e adesso, in tutte le case vicine, li indovinava seduti, immobili e con le orecchie tese: gente solitaria, condannata a passare il Natale indugiandosi, sola, sulle memorie del passato, e ora strappata con un sobbalzo alla dolcezza del rievocare; felici gruppi familiari, improvvisamente silenziosi intorno alla tavola, la madre ancora col dito alzato: ogni grado d’età e d’umore, ma tutti, presso il loro focolare, che scrutavano e stavano in ascolto e filavano la corda che lo avrebbe impiccato. A volte gli pareva di non muoversi abbastanza adagio; il tintinnio degli alti calici di Boemia risuonava forte come quello delle campane; e, allarmato dalla forza del ticchettio, si sentiva tentato a fermare gli orologi. E poi, ancora, con rapido mutamento dei terrori, lo stesso silenzio del luogo gli pareva urgente di pericolo, o tale da colpire e far raggelare un passante; e camminava più ardito, e s’affaccendava timoroso tra gli oggetti del negozio, e imitava, con difficile spavalderia, i moti d’un uomo in faccende, a suo agio, in casa sua.
Ma ora si sentiva tanto attratto da allarmi diversi che mentre una parte della sua mente era ancora alerte e acuta, un’altra tremava sull’orlo della pazzia. Un’allucinazione, in particolare, s’impadronì fortemente della sua credulità. Il vicino in ascolto, col viso pallido, presso la sua finestra, il passante, fermo sul marciapiede per un orribile sospetto: questi, al più, potevano sospettare, ma non potevano sapere; attraverso i muri di mattoni e le finestre dalle imposte chiuse soltanto i suoni potevano penetrare. Ma qui, in casa, era solo? Sapeva di esserlo; aveva spiato la domestica uscirsene per andar a fare all’amore, coi suoi poveri abiti delle feste, «libera tutto il giorno» scritto in ogni nastro e in ogni sorriso. Sì, era solo, naturalmente; eppure, nella mole della casa vuota, sopra di lui, poteva certamente udire un moto di passi delicati: era certamente conscio, inesplicabilmente conscio d’una presenza. Sì, certamente; in ogni stanza e in ogni angolo della casa la sua fantasia lo seguiva; e ora era una cosa senza volto, eppure aveva occhi per vedere; e poi era un’ombra di lui; e poi ancora, ecco, l’ombra del mercante morto, fatta rivivere dall’astuzia e dall’odio.

Seconda parte di Markheim

febbraio 1st, 2012

Continua la serie di racconti di Natale, con la seconda parte di “Markheim” di R. L. Stevenson

Il mercante guardò da vicino il suo compagno. Era molto strano, non pareva che Markheim ridesse; c’era qualche cosa nel suo viso simile a un’ansiosa scintilla di speranza, ma nessuna allegria.
— Che cosa intendete dire? — domandò il mercante.
— Non siete caritatevole? — rispose l’altro, facendosi scuro.
— Non siete caritatevole; non siete pio; non siete scrupoloso; non amate, non siete amato; una mano per prendere il danaro, una cassaforte per serbarlo. f3 tutto qui? Buon Dio, è tutto qui?
— Vi dirò io che cos’è — cominciò il mercante, non senza collera, e poi si rimise a sogghignare. — Ma vedo che il vostro è un matrimonio d’amore, e che avete bevuto alla salute della vostra bella.
— Ah! — esclamò Markheim con strana curiosità. — Ah, siete stato innamorato? Parlatemi di questo.
— Io — esclamò il mercante. — Io innamorato! Non ho mai avuto il tempo, e non ho il tempo adesso per queste sciocchezze. Volete lo specchio?
— Che fretta c’è? — rispose Markheim. — E molto divertente star qui a chiacchierare; e la vita è tanto breve e poco sicura che non vorrei distogliermi in fretta da nessun piacere; no, nemmeno da uno tanto piccolo come questo. Dovremmo piuttosto attaccarci, attaccarci a quel poco che possiamo avere, come un uomo all’orlo di una rupe. Ogni secondo è una rupe, se ci pensate – una rupe alta un miglio – alta quanto basta, se cadiamo, per sfracellarci in modo da toglierci ogni aspetto umano. Perciò è meglio parlare allegramente. Parliamo di noi: perché dovremmo portare questa maschera? Dobbiamo farci delle confidenze. Chi lo sa? potremmo diventare amici.
— Non ho che una parola da dirvi — disse il mercante. – O fate la vostra compera, o uscite dal mio negozio.
— Giusto, giusto — disse Markheim. — Basta con le sciocchezze. Agli affari. Mostratemi qualche altra cosa.
Il mercante si chinò di nuovo; questa volta, per rimettere lo specchio nello scaffale. I capelli biondi e sottili gli caddero sugli occhi, mentre si chinava. Markheim s’avvicinò un poco, con una mano in una tasca del soprabito; si drizzò, e riempì i polmoni; allo stesso tempo, molte diverse emozioni com parvero sul suo viso: terrore, orrore, e decisione, fascino, e una fisica ripugnanza; e, poiché il suo labbro superiore s’era sollevato in modo truce, apparvero i denti.
Questo, forse, andrà bene — osservò il mercante: e allora, mentre cominciava a rialzarsi, Markheim balzò alle spalle della sua vittima. Il lungo pugnale, simile a uno spiedo, balenò e cadde. Il mercante si dibatté come una gallina, colpì lo scaffale con la tempia, e poi cadde a terra in un mucchio.
Il tempo aveva una ventina di piccole voci in quel negozio, alcune maestose e lente, come si conveniva alla loro età grave; altre garrule e svelte. Tutte queste dicevano i secondi di un intricato coro di tic-tac. Poi il passare d’un ragazzo, che correva pesantemente sul marciapiede, interruppe le piccole voci e riportò a Markheim la coscienza del luogo nel quale si trovava. Si guardò intorno con terrore. La candela era sul banco, la fiamma ondeggiava solennemente in un riscontro d’aria; e da quel minimo movimento tutta la stanza era riempita d’un moto silenzioso e continuava a fluttuare come un mare: le altre ombre accennavano, le grandi macchie di tenebra si gonfiavano e scemavano come se respirassero, i volti dei ritratti e gli dei di porcellana mutavano e ondeggiavano come immagini nell’acqua. La porta interna era socchiusa, e scrutava quell’assedio d’ombre con una lunga fessura di luce simile a un dito teso.
Da questi vagabondaggi pieni di paure, gli occhi di Markheim ritornarono al corpo della sua vittima, dove giaceva, al tempo stesso in un cumulo e contorto, incredibilmente piccolo e stranamente più meschino che in vita. In quei poveri abiti d’avaro, in quell’atteggiamento goffo, il mercante stava come segatura. Markheim aveva temuto di vederlo; ed ecco! non era niente. Eppure, mentre guardava, quel mucchio di vecchie vesti e quella pozza di sangue cominciarono a trovar voci eloquenti. Là doveva rimanere; non c’era nessuno che potesse far muovere le ingegnose giunture o dirigere il miracolo del moto: là doveva rimanere, fin che non avesse trovato. Trovato, sì; e allora? Allora quella carne morta avrebbe levato un grido che avrebbe risuonato per tutta l’Inghilterra, e avrebbe riempito il mondo con l’eco dell’inseguimento. Sì, morto o no, quello era ancora il nemico. “Vi fu un tempo nel quale i cervelli si spensero” pensò; e la prima parola lo colpì. Il tempo, ora che il delitto era compiuto, il tempo, che era finito per la vittima, era divenuto urgente e importante per l’uccisore.