Terza parte di Natale con il Miele di Luciano Bianciardi
febbraio 2nd, 2012Eccoci giunti alla terza parte di questo racconto di Natale ambientato durante la guerra.
Erano questi dunque i pensieri confusi e giovanili che mi passavano per la testa, mentre disponevo i turni di guardia, controllavo che le cassette delle munizioni fossero tutte sigillate, e intanto mi grattavo perché era spuntato un tardo solicello dicembrino. Accesi una sigaretta Milit, mi appoggiai allo stipite, e pensai che questo mio natale l’avrei celebrato, al massimo, coi fichi secchi, e forse neanche mandorlati.
L’immagine evocò, da dietro una siepe di fichidindia, giù in fondo alla strada, la figura di Carlo. Distava dalla polveriera un cento passi, e andava vestito, naturalmente da militare, eppure non c’era da sbagliarsi, era Carlo in persona, con quel naso a becco, le occhiaie livide, le fasce infagottate sopra i calcagni, la baionetta al fianco, la bustina calcata fin sopra le orecchie, e le mani in tasca. Carlo era un pessimo affare anche per un esercito male in arnese come quello di Puglia: tanto vero che quando decise, nottetempo, di andarsene verso Napoli, qualche mese dopo, verso la casa di uno zio ministro del regno di Salerno, i comandi neanche lo cercarono pìu. Era di un’altra compagnia, ma dormiva nella baracca nostra, abusivamente. Già un bel progresso, tuttavia, rispetto a Copertino, quando il battaglione stava attendato in un uliveto, e Carlo invece aveva preso alloggio in un pollaio, donde aveva scacciato le galline. Del pollaio serbava ancora l’odore, perché da quei tempi non si era lavato più. Arrivando a casa dello zio ministro, seppi che per prima cosa si denudò in giardino e seppellì i suoi panni.
E ora questo avanzo di pollaio mi veniva incontro, come sempre ingrugnato, e come sempre mi rivolse la parola solo quando mi fu dinanzi.
- Che ci fai, qui? — chiese.
— Il capoposto alla polveriera.
Non disse nulla ed entrò guardandosi intorno, senza rispondere alle guardie fuori servizio che lo salutavano. Si fermò davanti alla cassetta delle O.T.O., si chinò ad annusare i sigilli, poi levò dal fodero la baionetta.
— Che fai? — gli chiesi subito, allarmato perché lo conoscevo. Per esempio, non era permesso andare in giro fuori servizio con la baionetta. Ma lui non voleva sentire storie. — Ti pare che vado in giro disarmato? Mettiamo che incontri un malvivente, anche solo un cane rabbioso. Tu, incosciente, che fai? — E stavolta l’arma l’aveva tratta dal fodero per forzare la cassa delle O.T.O., ma io riuscii a distoglierlo:
— Dai, Carlo, vieni fuori, che si chiacchiera un po’ lì al sole.
— Incosciente, — mi disse. — Non ci hai mai pensato, quanto farebbero comodo un paio di bombe a mano? — Ma mi seguì fuori della masseria, e si mise seduto per terra, le spalle al muro, la faccia alzata a ricevere il sole. Non diceva più niente. Passò a volo un colombo e lui lo seguì appena con lo sguardo. Levò di tasca una manciata di fichi secchi, me ne offerse uno, cominciò a masticare, alzò ancora gli occhi, seguì il volo di un altro colombo. Io provai a dirgli qualcosa ma non rispondeva, era sempre arrabbiato con me per quell’affare delle bombe a mano. Mi giudicava un incosciente, come al solito, incapace di profittare di questa fortuna, capoposto alla polveriera con tante belle casse piene di O.T.O. a nostra disposizione. Continuava a guardare per aria, poi a un tratto si alzò e fece il giro della masseria. Io non mi mossi.
— Da quella parte ci sarebbe un rampicante, — mi disse tornando, e stavolta mi parve meno arrabbiato.
— Un rampicante? — feci io che cadevo dalle nuvole.
— Sì, da quella parte si salirebbe bene.
— Ma dove vuoi salire?
— Sul tetto. Hai visto i colombi? Vanno tutti là sopra. Ci deve essere il nido, là sopra.
Io continuavo a non capire e non dissi nulla. Carlo forse se ne accorse e continuò: — Vieni, andiamo sul tetto. Si va a prendere i colombi. Dai, levati le giberne.
— Ma come faccio? Se mi arriva l’ispezione? Sono capoposto, lo sai.
— Nomina subito un vice capoposto. Mettici Carmassi. Dai, levati le giberne.
La masseria era un edificio rustico a un solo piano, col tetto a terrazza, i comignoli, ma di colombi nessuna traccia. Stavamo per ridiscendere, quando Carlo vide un’ape: usciva a volo da una fessura del muro. Andò a guardare da vicino. Dietro la fessura ci doveva essere un alveare, perché battendo con le nocche suonava come se fosse vuoto.
— Guarda, — fece subito Carlo. — Scendi giù e chiama anche Pasqualetti. Portate una coperta.
Ormai comandava lui, io già scavalcavo il muretto aggrappandomi al rampicante.
— Hai sigarette? — mi gridò dietro Carlo.
— Sono rimaste nelle giberne, — risposi. Allora prendile.
Pasqualetti era fortissimo, ma pesava un quintale e durò fatica a venire su per il rampicante, che minacciò di svellersi, di scosciarsi. Io portavo la coperta in spalla, e avevo in tasca mezzo pacchetto di Milit.
— Accendi, — disse Carlo. — Danne una anche a me e accendimela. Pasqualetti, forza, fuma.
Passai in giro il pacchetto, e tutti accesero. — Non la respirate, — raccomandò Carlo. — Il fumo buttatelo dalla bocca intero. Così.
Si era accostato al muro, mise la bocca alla fessura e ci soffiò dentro il fumo. Ora cominciavo a capire, e a turno ognuno espulse la sua boccata là dentro.
— Saranno cotte? — chiese Pasqualetti.
— Ancora no. Dai, fuma e soffia.
Quando a Carlo parve tempo smettemmo le fumigazioni. Una lastra di pietra, mascherata dall’intonaco, chiudeva l’imbocco del rustico alveare. Carlo scalzò in giro con la punta della baionetta, poi fece leva, e finalmente comparve il favo.
— A me la coperta, — comandò Carlo. Se la mise in testa, la drappeggiò intorno al viso, come fanno le contadine da quelle parti, in modo da lasciare scoperti appena appena gli occhi e il naso adunco. Pareva l& Befana. Anche le mani teneva sotto la coperta, impugnando un pezzo di legno a uncino e facendo forza sul favo per staccarlo. Non fu semplice, ma alla fine crollò a terra. Qualche ape tentò di levarsi a volo per assalirci, ma ormai rintontita dal fumo ricadde pesante.
— Ora ci vorrebbe la centrifuga, — dissi io, ma non aggiunsi altro perché Carlo mi guardava male. Ricorremmo invece al sistema dello strizzamento. Dai minuscoli esagoni di cera gocciolava miele purissimo, misto a qualche pungiglione, a qualche zampetta d’ape, e ne raccogliemmo una gavetta intera. Poi, di sotto, ci fu la spartizione, un terzo a testa. Carlo se lo mangiò subito, socchiudendo gli occhi dal piacere. — Devono aver mangiato fiori d’arancio, — disse.